Vito Fumagalli – Biografia

Vito Fumagalli

Vito Fumagalli

1938- 1997

«La maggior parte delle mie ricerche e letture ha avuto come oggetto il paesaggio: ma è sempre stato difficile immaginare gli uomini non collocati in un territorio, rurale o urbano. Le loro azioni, le loro idee, i loro progetti, anche quando ciò non appare con evidenza, hanno condiviso poco o tanto con lo spazio in cui sono vissuti, si trattasse di potenti o di umili, borghesi o contadini, laici o gente di chiesa». Così, nella Premessa a un volume del 1989, Vito Fumagalli enunciava un’opzione storiografica tenacemente perseguita fin dagli inizi del suo percorso di ricerca. Un percorso assai articolato e complesso, che gli aveva fatto toccare temi cruciali della storia dell’economia e della politica, delle istituzioni civili ed ecclesiastiche, delle forme sociali e familiari, della cultura, della mentalità, della religiosità; ma in questa varietà di contenuti vi era sempre stata una profonda connessione strutturale, nel riferimento – appunto – agli spazi fisici in cui l’esperienza storica concretamente si determina. Gli spazi fisici: i luoghi, gli ambienti, i paesaggi come elemento decisivo della storia. È questo il nocciolo fondamentale della proposta storiografica di Vito Fumagalli e, prima ancora, della percezione solida e concreta che egli aveva della vita. Da questa urgenza interiore prendeva vita il suo lavoro di ricerca, in cui il paesaggio è non solo protagonista, ma chiave di accesso alla storia. Non è solo il luogo in cui l’esperienza degli uomini prende forma e contenuto; è anche il luogo della continuità e della comunicazione tra passato e presente. Molto può essere cambiato con il trascorrere del tempo, ma ogni sorta di tracce e di segni, che la natura o l’uomo hanno impresso sul territorio, mette lo storico in condizione di sentire il passato, di instaurare con esso una sintonia profonda, non mediatica né esoterica, ma concreta, fisica, corposa. Come quando, per rievocare il «mondo campagnolo» in cui si muoveva Matilde di Canossa, il paesaggio che la contessa aveva presente «nei suoi pensieri, nelle sue fantasie, nei suoi sogni», Fumagalli sì immerge egli stesso in quel paesaggio, guardandosi intorno e ponendosi dal punto di vista di lei.
Nella storiografia di Vito Fumagalli la priorità del paesaggio costituisce un dato permanente e per così dire ‘originario’. Leggiamo l’Introduzione al suo primo libro, Le origini di una grande dinastia feudale, pubblicato nel 1971 a Tubingen per 1 tipi di Max Niemeyer. «Ancora una volta», esordisce, «mi sono occupato, qui, della pianura padana, in un libro su Adalberto-Atto di Canossa, capostipite della casata. Sono tornato – per quanto riguarda il tempo e lo spazio geografico dell’argomento – alla storia di zone che mi sono sempre state a cuore». In questi termini Fumagalli spiega, in apertura, il motivo profondo del suo interessamento alle vicende che nel X secolo vedono enuclearsi il potere dei Canossa, in stretto legame con la creazione di nuovi spazi agrari e di nuovi villaggi: «terre nuove per un signore nuovo», come titola uno dei primi paragrafi. Le pazienti ricerche sui documenti alla caccia di persone, rapporti di parentela, legami politici – condotte con estremo rigore filologico, frutto dell’insegnamento di Ottorino Bertolini alla Normale di Pisa e poi del severo apprendistato all’Istituto Storico Germanico di Roma, diretto allora da Gerd Tellenbach – trovano la prima ragion d’essere nell’affezione ai luoghi in cui tali vicende si svolsero. È questo il cordone ombelicale che lo tiene legato a Adalberto e ai suoi eredi, fino a Matilde, a cui dedicherà molte pagine e, nel 1996, l’ultimo libro.
«Cominciai, alcuni anni or sono, con ricerche… di storia dell’agricoltura: dei rapporti di lavoro, soprattutto, dell’evoluzione del paesaggio, dei mutamenti delle aree di insediamento; per finire, poi, alle vicende delle istituzioni e del potere»: vi è in queste parole un’idea ben precisa del modo di fare storia, l’individuazione di un percorso in cui non possiamo non riconoscere un chiaro significato metodologico e, direi, ideologico, tanto più nel contesto scientifico in cui prese corpo, certamente non tenero verso questo tipo di scelte: Fumagalli ricordava spesso l’ironia di cui era circondato quando anteponeva i ‘piccoli’ ai ‘grandi’ personaggi, i contadini ai signori, la terra alla politica.
Le ricerche a cui allude sono i numerosi saggi pubblicati tra il 1966 e il 1971 sul sistema curtense, le prestazioni di opere, la dinamica dominico-massaricio, le rese cerealicole, i rapporti di lavoro fra proprietari e contadini, i disboscamenti e la colonizzazione agricola. Studi radicalmente innovativi, imposti da Fumagalli con mite fermezza, con tenace perseveranza. La consapevolezza di avere aperto una strada e la volontà di batterne il tracciato per facilitare il percorso a chi avesse voluto percorrerla si erano fatte col tempo sempre più chiare: alle prime Note per una storia agraria erano seguite indicazioni sui luoghi comuni da sfatare, sui problemi di ricerca da tenere presenti, sugli strumenti di lavoro per affrontarli.
Non era una «storia dell’agricoltura» in senso tecnico – sebbene alcune ricerche di Fumagalli abbiano puntualizzato importanti aspetti della storia del lavoro e della produzione – ma, appunto, una «storia agraria», cioè una storia (a tutto campo) aggettivata e qualificata dal suo profondo legame con la terra. Una storia economica, evidentemente: basti pensare al saggio sulle rese cerealicole, calcolate in base ai dati dell’inventario reggiano di S. Tommaso. Ma, soprattutto, una storia sociale: Fumagalli non tratta mai l’economia o le tecniche come realtà assolute e dotate di valore autonomo, ma le cala nella realtà concreta dei rapporti sociali, del conflitto di interessi che quotidianamente oppone gli umili ai potenti, i forti ai deboli In questa prospettiva si pone, ad esempio, il saggio del 1970 su Coloni e signori nell’Italia superiore dall’VIII al X secolo, che riprende il tema delle rese cerealicole per misurare l’impatto di un certo tipo di contratti agrari e di rapporti di lavoro sulla vita dei contadini. Così anche la
storia del diritto, come quella delle tecniche, è posta a servizio dell’unica storia che a Fumagalli stia veramente a cuore: quella che, tra evidenti difficoltà di metodo, si domanda come vivevano gli uomini del Medioevo.
È una vera opera di dissodamento, un’indagine pionieristica con scarso conforto bibliografico: la stessa storiografia francese, che nei medesimi anni aveva sviluppato un forte interesse per la storia delle campagne (nel 1962 era uscita la sintesi di Georges Duby sull’economia rurale europea del Medioevo, tradotta in italiano quattro anni dopo), resta abbastanza estranea alla ricerca di Fumagalli, che riprende semmai, nella centralità data al rapporti di lavoro e alla dimensione sociale della storia agraria, certe suggestioni della scuola ‘economico-giuridica’ del primo Novecento, più tipiche della tradizione storiografica italiana. Un più diretto punto di riferimento sono le pagine dedicate nel 1953 da Cinzio Violante alla «evoluzione dell’economia agraria e delle classi rurali», nel suo libro sulla società milanese in età precomunale. Fumagalli – che ebbe anche Violante tra i suoi maestri pisani – ricordava spesso quel capitolo come il primo saggio ‘moderno’ di storia agraria medievale, di cui non condivideva l’impostazione ottimisticamente ‘progressiva’ ma che sentiva particolarmente vicino per il tipo di interessi e di approccio documentario. Comunque, è grazie a Fumagalli che in Italia questi temi entrano di prepotenza nell’indagine storiografica, dimostrandosi estremamente fecondi sul piano interpretativo: nel quindicennio successivo – tra la metà degli anni Settanta e la metà degli Ottanta – si assisterà a un vero ‘boom’ della storia agraria nel nostro paese, e Fumagalli ne sarà il riconosciuto caposcuola.
Anche nel libro del 1971, Le origini di una grande dinastia feudale, si parla molto di contadini, di lavoro agricolo, di paesaggi rurali. Non è forse quello che ci si aspetterebbe dal titolo, ma Fumagalli riesce sempre a stupire, qui e altrove. L’identificazione dei luoghi in cui prendono avvio le fortune canossane è proposta quale nucleo centrale e imprescindibile dell’indagine: «crediamo di dover affrontare questo problema», scrive a proposito della localizzazione del locus et fundus di Garfaniana, «proprio nel testo e non in nota». Un avvertimento ai lettore: non ritenga superflue le complicate e, all’apparenza, noiose circonvoluzioni fra nomi di luogo, proprietà, confinazioni, poiché solo in questo modo ci si potrà approssimare al senso della storia: se non sappiamo dove è avvenuto un fatto, esso inevitabilmente ci sfuggirà. Di più: il minuzioso lavoro di identificazione delle località citate nei documenti genera, esso stesso, la spiegazione degli eventi e l’ipotesi storiografica. I luoghi, gli spazi, le distanze non rappresentano un elemento di precisazione, una semplice ‘variabile’ del discorso storico; essi ne costituiscono, in realtà, la sola possibile manifestazione e la sola ragion d’essere. Si veda la caparbietà con cui Fumagalli indugia a individuare i luoghi di provenienza dei testimoni al placito del maggio 906, tenuto ad curte Veloniano finibus Parmense: solo tale lavoro, basato su una precisa conoscenza del territorio, sul confronto tra le informazioni del documento e le carte dell’Istituto Geografico Militare, sulla constatazione (essa stessa minuziosamente dimostrata) che i testimoni provengono solitamente da aree prossime al luogo di svolgimento del placito, solo tutto questo gli consente di collocare la curtis nei pressi di Parma e perciò di identificarla con la canossana Vilinianum, giungendo a tracciare una storia di largo respiro e significato: «le vicissitudini di una grande azienda curtense», scrive, «sono come un filo rosso rivelatore di fenomeni che esorbitano dalla pura storia agraria» per gettare luce sull’intera dinamica sociale e politica dell’Italia del X secolo.
La centralità dell’ambiente fisico come via preferenziale di accesso alla storia viene ribadita – e con quale forza! – nel volume Terra e società nell’Italia padana (sottotitolo: I secoli IX e X), pubblicato nel 1974 a cura degli Istituti di Storia medioevale e moderna e di Paleografia e diplomatica dell’Università di Bologna e riedito due anni dopo nella Piccola Biblioteca Einaudi. «Tengo a precisare», scrive Fumagalli nella Premessa, «che i molteplici aspetti della storia altomedievale dell’Italia padana sono qui considerati o riconsiderati dal punto di vista delle loro connessioni con il problema della terra, proposti, dunque, nella loro più materiale realtà e presenza». Densa, aggrovigliata, talora difficile ma già potentemente evocativa (e dico ‘già’ per sottolineare un aspetto del lavoro di Fumagalli, l’attenzione allo stile e alla resa anche formale dei contenuti storiografici, che mi pare consapevolmente perseguito fin dagli inizi), la narrazione è un vero concentrato delle idee, delle intuizioni, delle elaborazioni che troveremo nei saggi degli anni successivi. Fra i diversi aspetti della vicenda storica Fumagalli è attento soprattutto a cogliere gli intrecci, le interconnessioni. Ma vi è anche una precisa gerarchia di valori, implicita nella trattazione, esplicita nell’ordine con cui essa è organizzata all’interno del volume, che muove dal paesaggio – la «consuetudine giornaliera con alberi, siepi, canali, fossati e campi e vigne», il «contatto con la terra», la «realtà di una vita stretta alla terra ed alle sue evoluzioni naturali» – per introdurre i modi di produzione e di organizzazione della proprietà (la curtis, il casale) ed approdare, poi, alle strutture istituzionali (civili ed ecclesiastiche), alle vicende politiche, alla dinamica sociale e famigliare, alla cultura e alle forme di religiosità, a cui è dedicato l’ultimo capitolo.
Non mancano significativi affondi nella psicologia degli individui, che Fumagalli intuisce dietro una frase o un gesto, strutturando fortemente le sue osservazioni nel contesto sociale e istituzionale: così quando, a proposito del conti post-carolingi, largamente espropriati delle loro prerogative di pubblici amministratori, racconta della loro «insoddisfazione a tenere tale carica». Proprio nella rievocazione di questa crisi politica, legata all’estinzione fisica di famiglie dell’antica aristocrazia e a una sorta di depressione collettiva, frutto dell’incapacità di questa «nobiltà spesso colta, legata alla cultura e agli ideali carolingi», di «confinare la propria funzione sociale al solo adempimento dei doveri militari», adeguandosi a una mutata concezione dell’esercizio del potere, cui meglio aderì la media e piccola nobiltà soprattutto di nazionalità longobarda, prima estromessa dal potere, Fumagalli riesce a tenere insieme l’indagine sulle istituzioni e quella sugli individui, la politica e la psicologia: alla decadenza dei Supponidi, scrive, «concorsero fattori molteplici, psicologici e biologici, forse, non meno che politici». Già nel libro del 1974, insomma, è chiaramente enunciato l’interesse per la storia degli atteggiamenti mentali a cui Fumagalli dedicherà molte attenzioni negli anni a venire – costantemente ribadendo che «senza la storia delle strutture economico-sociali e delle istituzioni, oltre che, ovviamente, della cultura, non ha senso fare storia della mentalità».
Questa particolare sensibilità di Fumagalli ad entrare nel personaggi, a cogliere il loro vissuto interiore, i meccanismi dei loro sentimenti e delle loro emozioni – una sensibilità nella quale non è difficile scorgere l’influsso di un altro suo maestro, Arsenio Frugoni, vicedirettore della Normale di Pisa negli anni in cui Fumagalli la frequentò – si ravvisava fin nel primissimo lavoro, quel saggio su Geraldo di Aurillac, derivato dalla tesi di laurea, dove compaiono diverse notazioni sulla psicologia dello stesso Geraldo e, soprattutto, del suo biografo Oddone, fondate, secondo un modo di procedere che sarà tipico del Fumagalli ‘maturo’, su una percezione complessiva del ‘clima’ mentale, su un’immersione totale nel testo, finalizzata a condividere i sentimenti dei protagonisti: «Non ritengo opportùno fare altre citazioni», scrive a un certo punto Fumagalli. «Per avere un’idea di quanto profondamente Odone abbia sentito questa Vita Geraldi è necessario leggerla compiutamente».
Due anni dopo l’edizione einaudiana di Terra e società, Fumagalli pubblica Il Regno italico, secondo volume della «Storia d’Italia» diretta da Giuseppe Galasso per la UTET.
È un libro importante, una tappa decisiva nel percorso intellettuale che porta Fumagalli ad elaborare, precocemente e controcorrente, una nozione sempre più militante e meno aristocratica del mestiere di storico. Nel Regno italico per la prima volta è impegnato a scrivere per un numero tendenzialmente alto di lettori, ed è qui che dimostra non solo una inconsueta capacità di scrittura, dando forma compiuta a quello stile fortemente evocativo che già i lavori precedenti avevano messo in luce, ma anche una grande sicurezza nell’imporre i ‘suoi temi’ (la storia agraria e il rapporto uomo-ambiente, il lavoro quotidiano e la percezione del mondo) come protagonisti primari della narrazione. In un volume compreso nella cornice istituzionale di una «Storia d’Italia», ciò equivale a dire che questi sono i temi importanti della storia, questi gli interessi da perseguire, non – si badi – in alternativa ai più tradizionali argomenti della manualistica, ma strettamente incrociati ad essi. Nel racconto di Fumagalli non vi è alcuna distanza tra ‘grande’ e ‘piccola’ storia: una contrapposizione risolta alla radice, semplicemente ignorandola. Nell’Indice dei nomi il vaccaro Ansteo e il porcaro Auruncolo compaiono con la stessa dignità di Adalberto marchese d’Ivrea e di Anselmo abate di Nonantola; il fabbro Dageverto e il colono Rodepaldo si affiancano al conte Rodolfo e al vescovo Guido. Allo stesso modo, le vicende del clima, dell’ambiente e dell’economia si incrociano con quelle della guerra e della politica; le trasformazioni della società contadina e l’evolversi delle strutture del potere si illuminano a vicenda. La storia dei luoghi, degli alberi, degli animali procede parallela a quella degli uomini. L’immaginario, la mentalità, la psicologia collettiva e individuale affiancano di prepotenza i dati ‘materiali’ del racconto, inestricabilmente avvinghiati al paesaggio e agli eventi.
Tra le pagine di questo libro (oltre trecento: una dimensione insolitamente ampia per Fumagalli) e i rapidi affreschi con cui, anni dopo, egli comincerà a tratteggiare per un pubblico sempre più largo la sua interpretazione del Medioevo, non c’è, a ben vedere, alcuna soluzione di continuità. Fortemente aggrappato ai documenti – che, da questo momento in poi, Fumagalli si applica a tradurre in lingua moderna, sforzandosi di renderne, oltre al contenuto, lo stile e per così dire lo ‘spirito’ – il Regno italico fa scaturire quasi ‘naturalmente’ la ricostruzione storica dalla lettura dei testi. In tal senso il volume costituisce una sorta di grado intermedio fra i primi lavori di ricerca e gli ultimi lavori di sintesi (Quando il cielo s’oscura, La pietra viva, Solitudo carnis, L’alba del Medioevo, pubblicati tutti con il Mulino tra il 1987 e il 1998), nei quali il riferimento documentario verrà totalmente incorporato nella narrazione, tesa a ricostruire dal di dentro il ‘clima’ complessivo di un’epoca e, al suo interno, il significato dei fatti. Un ‘clima’ che Fumagalli ama cogliere incrociando fonti tipologicamente diverse: pur riconoscendo una naturale priorità alle fonti primarie, die Urkunden, le sole affidabili quando si tratta di ricostruire la dinamica degli eventi in modo sicuro e circostanziato, egli non sembra disposto ad ammettere sostanziali gerarchie d’importanza tra i documenti. Un patto colonico e la vita di un santo, un testo legislativo e un atto processuale, un’opera letteraria e un inventario di beni serviranno tutti egregiamente a penetrare la civiltà di un’epoca, a svelarci, ciascuno dal suo punto di vista, la realtà delle cose. «In fondo», scrive Fumagalli nella voce Fonti storiche del Grande Dizionario Enciclopedico UTET, «tutte le fonti ci forniscono messaggi su tutti i quesiti che ci poniamo». Basterà sapersi ‘calare’ nel documento, entrarci dentro, leggerlo e rileggerlo fino a cambiare pelle, diventarne – più che lettore – protagonista. Fumagalli non aveva l’ansia della ‘scoperta’, del documento che finalmente ti spiega tutto; gli piaceva invece porre domande nuove al documento noto, ‘gustarlo’ pienamente, sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda, parlargli e ascoltarlo a lungo come si fa in una conversazione tra amici: riga per riga, parola per parola.
Dal Regno italico in poi, la tematica ambientale assume nelle pagine di Fumagalli una inedita rilevanza storiografica, aprendosi a non equivoche implicazioni ecologiche e, quindi, politiche. Con crescente convinzione egli sottolinea la necessità di un impegno dello storico su questo fronte, con una funzione operativa oltre che conoscitiva: concorrere alla costruzione di una cultura del rispetto, accrescere, attraverso la riflessione storica, la consapevolezza di un legame ineliminabile – se non a costo della propria autodistruzione – fra l’uomo ‘civile’ e gli ambiti ‘naturali’ che la storia e la vita gli hanno assegnato. In tale prospettiva un posto particolare occupa la foresta, grande protagonista, assieme alle campagne, del lavoro storiografico di Fumagalli, che proprio qui, forse, raggiunge il massimo di intensità e di originalità. Rievocando un alto Medioevo di animali, pastori, cacciatori ed eremiti, dove il bosco era al centro non solo del sistema di produzione e di sussistenza, ma anche dei modi di coesione sociale e ‘di controllo politico’, nonché delle forme mentali, culturali e religiose, egli non si stanca di rivendicare i caratteri originali di questa ‘civiltà della foresta’. Ne ribadisce la diversità, rifiutandosi di pensarla come parentesi tra due epoche ‘civili’ e ‘cittadine’ (civili perché cittadine, e agricole). Fumagalli, che non ama la città, mette pesantemente in discussione l’ottica squisitamente cittadina di tanta storiografia italiana, da Muratori ad oggi, attraverso Cattaneo. Muove da un’ottica opposta, cioè rurale, mentre osserva la frattura storica tra città e campagna, consumatasi a suo avviso in età ottoniana, quando il ripristino del potere dei conti si limitò in tanti casi ai territori rurali, mentre i vescovi si videro accordato il potere sulle città. Ma il suo stesso approccio alla storia agraria – cioè anzitutto al fenomeno della colonizzazione, della ‘civilizzazione’ degli spazi incolti – non assume mai, come in altri studiosi, toni epici e trionfali: non è celebrazione di conquiste e di ‘progressi’, ma si snoda con semplicità e per così dire sotto tono, quale alternativa, non necessariamente migliore, a una diversa storia della società, dell’economia e dell’ambiente. Tutt’altro che passatista, Fumagalli ha sempre evitato nei suoi lavori le corde della nostalgia. Sarebbe tuttavia difficile negare una sua profonda simpatia, esistenziale oltre che storiografica, per la dimensione ‘naturalistica’ in cui si muoveva la civiltà dell’alto Medioevo: dimensione di cui la foresta era parte integrante e in cui tutto, anche l’aldilà, si componeva: «la realtà terrena e quella ultraterrena non erano estranee tra di loro», i morti si incontravano spesso coi vivi – di preferenza nel bosco – e li intrattenevano in assidua conversazione. Il ‘naturalismo’, insomma, se «opprimeva e spaventava, riempiva però la vita dell’uomo di presenze, benigne e maligne insieme», mentre l’allentarsi del legame con l’ambiente fisico «non ha fatto posto, dopo, ad un altro rapporto che conti».
Di qui la vis polemica contro le distruzioni forestali operate da cent’anni a questa parte in nome del progresso e della produttività: ultimo, decisivo attacco a un paesaggio boschivo che già nei secoli centrali del Medioevo era stato colpito dalle accette dei coloni, senza però che si oltrepassasse il livello di «tollerabilità ecologica». Solo il processo di industrializzazione introdurrà nel rapporto uomo-ambiente un drammatico salto di qualità, ed è il riconoscimento di questa frattura che conduce Fumagalli – pur così sensibile a cogliere gli sviluppi diacronici e le modificazioni nel corso stesso del Medioevo, da un secolo all’altro e addirittura da un decennio all’altro – a prolungare, per altri versi, il Medioevo fin quasi alle soglie dell’oggi. Di questo «lungo Medioevo» seguirà le tracce fin nelle pagine di Maupassant o di Proust, riconoscendovi il peso di una lunga tradizione, di un ‘clima’ sociale e culturale fino ad allora non radicalmente mutato.
Accanto al rapporto uomo-ambiente, l’altro grande filo conduttore della ricerca di Fumagalli è quello del rapporto tra individuo e società, tra ‘persona’ e ‘struttura’. Una ricerca che lo storico del Medioevo conduce a fatica e a dispetto stesso dei documenti, che esprimono «categorie mentali molto diverse dalle nostre, nel senso che le idee religiose, politiche e sociali precedono l’individuo: i sistemi, infatti, prevalgono sulla persona. Ma questa, seppure non di frequente, emerge aprendosi un varco» Così scrive Fumagalli in Matilde di Canossa, prospettandoci l’immagine di uno storico cacciatore di uomini – simile al l’orco delle fiabe evocato da Bloch – attento ad approfittare di quei varchi per afferrare la sua preda. La Personenforschung assume un altro senso, rispetto al modello di storia famigliare elaborato da Gerd Tellenbach e dalla sua scuola, a cui Fumagalli stesso si rifà nei primi lavori L’indagine prosopografica non gli basta, vuole catturare gli individui, inseguendo soprattutto quelli che faticano a inserirsi negli schemi sociali, comportamentali, ideologici. Predilige le situazioni instabili, mobili, indefinite e anche per questo frequenta con particolare piacere l’alto Medioevo, epoca in cui nulla è veramente deciso, tutto sembra ancora possibile. Anche per questo ama la nebbia dei paesaggi padani, che sfuma i confini del reale e rifugge dai personaggi troppo semplici e sicuri. I suoi eroi sono Geraldo di Aurillac, il conte che cerca per quanto può di assomigliare a un monaco, il ‘santo laico’ (quasi un ossimoro per la cultura del tempo) che fa combattere i suoi uomini con le lance rovesciate, per non uccidere i nemici ormai vinti; Lupo Suplaimpunio, il contadino ribelle che osa presentarsi davanti al tribunale pubblico per denunciare le prepotenze dei signori; Colombano e i suoi monaci, che salgono e scendono con tronchi d’abete sulle spalle lungo i sentieri dell’Appennino emiliano-ligure, alternando la fatica del lavoro manuale al canto degli inni liturgici: tutti, a loro modo, personaggi ‘di confine’, riottosi alla tipizzazione e alla classificazione, che stenterebbero a trovar posto in una società rigorosamente suddivisa in ordines, come quella che l’ideologia occidentale elabora a iniziare dal X secolo in poi. Allo stesso modo nella vicenda dei prediletti Canossa Fumagalli mette a fuoco soprattutto le fasi di passaggio: gli incerti inizi, ossia Adalberto-Atto, e l’incerto epilogo, ossia Matilde. Quest’ultima, poi, ama coglierla nel momento dello sconforto e del dubbio: Potenza e solitudine di una donna nel Medioevo è il sottotitolo del libro che le dedica nel 1996. Protagonisti accanto ai quali si staglia una folla di compagni di viaggio, più o meno liberi di scegliere il proprio destino, non di rado scontenti del proprio passato e del proprio presente. Gente spesso sconfitta nelle proprie ambizioni, «vinti della storia» ai quali Fumagalli ritiene giusto riservare un posto privilegiato – quasi una postuma rivincita – nell’indagine storiografica: Uomini contro la storia intitola uno dei suoi ultimi libri, pubblicato nel 1995. «La predilezione per quanti sono andati… controcorrente», leggiamo nella breve Premessa, «si è fatta in me più consapevole e decisa» con il passare del tempo: «Già non pochi anni fa questo si faceva strada nei miei scritti, ma non avevo, per così dire, le idee chiare sul fatto che la Storia ha una sua linea vincente, che s’afferma sempre più con il passare del tempo, alla quale molti sì sono opposti, e s’oppongono: contadini, operai, monaci, nobili, borghesi. Non sempre l’estrazione sociale ha avuto per la loro scelta un peso determinante; spesso, anzi, sì sono schierati contro i ceti cui appartenevano, in nome della difesa di elementari ma profonde esigenze umane». A costoro, che hanno ‘corretto’ la Storia, «opponendo freni e limiti alle dee ed alle istituzioni dominanti», il libro è dedicato. La storiografia esce così dal piano della mera descrizione per entrare in quello dei valori e dei giudizi.
Naturalmente, lo studioso Fumagalli sa bene che non è compito dello storico pronunciare giudizi. Egli deve innanzitutto comprendere e spiegare. Ma che cosa comprendere e spiegare, che cosa porre al centro della propria 1ndagine, non è già questa una scelta etica e, propriamente, ideologica? L’attenzione ai vinti, ai deboli, agli emarginati non è forse il segno di una storiografia ‘militante’, intesa non già come esercizio di bravura intellettuale ma come impegno civile e, in senso lato, politico?
La particolare attenzione agli umili, che Fumagalli lascia intendere anche quando si occupa di personaggi importanti come Geraldo di Aurillac o Adalberto-Atto di Canossa, è una costante del suo lavoro storiografico, sostanziato – come sempre in lui – da una forte carica esistenziale. Non come semplice constatazione documentarla, ma con intensa ‘partecipazione’ deplora che l’instaurarsi del dominatus loci significhi il venir meno di ogni controllo, l’affermarsi di una classe intermedia «protesa ad organizzare, con imposizioni spesso sommarie e sbrigative, sconcertanti nel loro enunciato di chiaro interesse di parte, ed a sfruttare al limite del possibile le energie degli uomini ed i prodotti della terra»; e che alle tradizionali violenze e prepotenze della nobiltà ai danni dei contadini si sostituiscano, dalla metà dell’XI secolo, prelievi ‘istituzionalizzati’ e «regolari, gravosi al limite della tollerabilità, fissati… con la perentoria genericità dello sfacciato interesse di parte che non ammette precisazioni». Non è un partito preso per opzione ideologica, ma adesione profonda, vissuta, a un mondo contadino che sente particolarmente vicino, forse perché, a sua volta, particolarmente vicino ai ritmi della natura. In questa prospettiva s’inquadra l’attenzione – mutuata, sul piano storiografico, soprattutto dagli studi di Giovanni Tabacco – al mondo dei piccoli proprietari, dei «liberi del re» che in età carolingia vengono sempre più risucchiati nelle maglie dell’azienda curtense e del potere signorile. Che la signoria rurale possa aver sollecitato la crescita dell’economia (come sostenuto già da Volpe e più recentemente da altri) Fumagalli non può certo negarlo; ma lo fa quasi con disagio, poiché non è la crescita dell’economia a interessarlo, ma le condizioni di vita dei contadini. E queste sono, a suo avviso, decisamente peggiorate in età postcarolingia. «Del resto», annota, «solo i contadini avrebbero potuto raccontare realisticamente le loro sofferenze, le oppressioni subite, con quei particolari che la storia ha sepolto per sempre nel passato, quando le classi subalterne non sapevano fissare nello scritto, affidandole ad una possibile trasmissione, le proprie vicende. Al danno si è aggiunta la beffa di un silenzio impenetrabile, su di un mondo che noi possiamo solo illuminare a pezzetti, a mozziconi».
Pare quasi un’eco manzoniana: «Una immensa moltitudine di uomini, una serie di generazioni che passa sulla terra inosservata… è un tristo ma importante fenomeno…Le cagioni d’un tale silenzio possono… riuscire istruttive». Una citazione cara a Fumagalli, trascritta su un foglio che teneva davanti a sé sul tavolo di lavoro.

Il CISAM consiglia

L’olmo, la quercia, il nido di gazze. Ricordo di Vito Fumagalli (1938-1997), a cura di Massimo Montanari.

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