Letizia Ermini Pani – Biografia

Letizia Ermini Pani

Letizia Ermini Pani

1931-2018

La vicenda umana di Letizia Ermini si dipana tra Roma, dove nasce l’11 aprile 1931 in seno a quella che presto diventerà una numerosa famiglia di solida tradizione umanistica ed il Lazio, l’Abruzzo, l’Um- bria e la Sardegna, regioni familiari agli affetti ed agli studi. Le vicende umane, infatti, non saranno mai estranee a quelle scientifiche, in un intreccio che ha lasciato profonde tracce in chiunque l’abbia incon- trata per ragioni professionali.
Studia a Roma, presso l’Università La Sapienza, sotto la guida di Pasquale Testini, laureandosi in Archeologia Cristiana, e mostrando fin da subito una grande indipendenza di pensiero: la sua tesi di laurea infatti, dedicata all’ipogeo dei Flavi nella catacomba di Domitilla a Roma, propugna per la prima volta la possibilità, inusitata per l’epoca, che i cimiteri comunitari cristiani potessero avere origini da ipogei privati pagani. Il lavoro venne pubblicato solo nel 1974 nelle Rivista di Archeologia Cristiana, aprendo la strada ad un filone di ricerca nuovo, cui seguiranno studi delle catacombe di Roma e di Cagliari.
La sua vita accademica si snoda tra Roma,Viterbo, Pisa, poi di nuovo Roma, quindi Cagliari, per poi tornare definitivamente a Roma nel 1992, come professore ordinario di Archeologia Medie- vale. Presso la facoltà di Lettere della Sapienza resterà fino al 2003, rivestendo le cariche di Direttore del Dipartimento di Scienze Sto- riche, Archeologiche e Antropologiche dell’Antichità, di Direttore della I Scuola di Specializzazione in Archeologia, di coordinatore del Dottorato di ricerca in Archeologia e Antichità post-classiche.

Alla vita universitaria si affianca una intensa attività accademica,che la vede primo ed al momento unico Presidente donna della Pontificia Accademia Romana di Archeologia (2003-2011); Presidente della So- cietà Romana di Storia Patria;Vice Presidente del Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo; Presidente nel biennio 2005-2006 dell’U- nione Internazionale degli Istituti di Archeologia e Storia dell’Arte; Membro della Giunta dell’Istituto Nazionale di Studi Romani e poi presidente dello stesso fino alla sua scomparsa; Presidente del Centro di studi storici di Narni (1980-2011), e successivamente a questa data Presidente onorario; Membro del Gruppo dei Romanisti dal 1995; Socio emerito del Centro Italiano di Studi sul Basso Medioevo – Ac- cademia Tudertina; Socio ordinario della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria; Socio corrispondente dell’Istituto Archeologico Ger- manico; Socio della Società Storica Pisana;Vice Presidente del Centro di Studi Internazionali “Giuseppe Ermini” (1988-2012).
Per la sua intensa attività ha ricevuto una serie di riconoscimenti, quali il Premio internazionale Ascoli Piceno (2001), il Premio interna- zionale Empedocle per le Scienze Umane in memoria di Paolo Bor- sellino (2004), il Premio Cimitile (2007), il Premio nazionale di cultura Don Giuseppe Morosini (2007), la Laurea honoris causa in Archeolo- gia Cristiana rilasciata dal Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana (2012), il Premio Cultori di Roma (2016), il premio Lex Spoletina (2017), la cittadinanza onoraria del Comune di Tarquinia (2017).
Tutti questi riconoscimenti sanciscono solo in parte il valore di una studiosa che ha costituito una pietra miliare nella costituzione di- sciplinare dell’archeologia postclassica in Italia, sia nei suoi contenuti scientifici, sia nella sua strutturazione accademica.

Da sempre interessata alla tarda antichità, i suoi interessi si spostano presto verso l’altomedioevo, consapevole come alcuni fenomeni vada- no letti nella lunga durata e nella integrazione fra fonti archeologiche e fonti scritte, che maneggiava con grande dimestichezza e alle quali riconosceva un ruolo di primo piano nella costruzione archeologica del medioevo. La nascente archeologia medievale in Italia fra gli anni Settanta ed Ottanta del Novecento si dibatteva infatti soprattutto sul problema della consistenza dei centri urbani, complici alcuni progetti archeologici in città lombarde e venete che mostravano per la prima volta paesaggi destrutturati e modelli ruralizzati, che ponevano il pro- blema della tenuta delle città di tradizione classica. Nell’acceso dibat- tito tra continuità e discontinuità, Letizia Ermini si pone con la sua consueta metodica di filologia archeologica, raccogliendo gli elementi spesso frammentati e rifuggendo da facili modelli interpretativi, ma parcellizzando l’elaborazione problematica in studi su singoli aspetti, connessi a fenomeni diversi delle vicende spesso convulse dell’Italia tardoantica ed altomedievale.
Il problema dell’impianto del primo complesso episcopale nelle città romane viene affrontato alla luce dello scavo della città di Cor- nus, nella Sardegna centro-occidentale, dove negli anni Settanta Letizia Ermini avviava le prime ricerche di archeologia post-classica in Sardegna, dimostrando fenomeni di riuso di siti romani e nuragici e rivendicando la dignità di manufatti ed insediamenti fino ad ora non considerati nell’orizzonte archeologico. La Sardegna sarà al centro di molti studi, sia nell’edizione di singoli contesti, sia nell’avvio di te- matiche nuove, promosse da lei direttamente o da membri delle sua équipe, come quella sulla ritualità funeraria affidata ad Anna Maria Giuntella o quella sul rapporto fra moneta e sepoltura sviluppata da Clorinda Amante Simoni, o ancora quelli sulla Sardegna bizantina svi- luppati da Pier Giorgio Spanu, sia in quadri di ampia portata storica e territoriale. A lei si devono l’individuazione del quartiere giudicale di Cagliari, nell’area di Santa Igia, le riflessioni sulla Sardegna in età van- dala, le considerazioni sulla portata dell’epigrafe greca del Costantino dux conservata a Porto Torres, fra gli altri.
Il primo scavo sardo, l’area di Cornus ed il conseguente studio del posizionamento del gruppo episcopale paleocristiano, daranno vita ad un censimento e ad una ricerca su scala nazionale, condotti con Pasquale Testini e Gisella Cantino Wataghin e presentati all’XI congresso di Archeologia Cristiana del 1986, tuttora fondamentali. Il rapporto fra edifici di culto letti come marcatori del popolamento e come elementi di scelta locazionale nell’espressione delle committen- ze e topografia urbana rimane al centro degli studi di Letizia Ermini, che declinerà questa tematica in vari ambiti: nel Lazio meridionale, in Sabina, nel Piceno, in Umbria, in Sardegna, nella stessa Roma.
I problemi del recupero delle posizioni di altura e delle acropoli romane e preromane sono oggetto di parecchi studi, poi confluiti in una magistrale lezione spoletina, e mettono in luce le modalità di occupazione delle posizioni più elevate dei centri urbani da parte dei complessi episcopali, una scelta che si canonizza in molte città alto- medievali sulla scorta di quella che Letizia Ermini riconosce essere la tradizione giustinianea, fissata e tramandata in Occidente dalla trattatistica militare. Dalle medesime fonti – e dalla stessa esperienza della guerra greco-gotica – si diffonde la cultura della città fortificata come modello urbano, a prescindere dalle reali esigenze difensive,con l’ela- borazione di castra urbana. Qui, Letizia Ermini in numerosi casi, a par- tire da Cuma, o da Ancona, di cui ha occasione di seguire da vicino le indagini archeologiche, invita a riconoscere fortificazioni interne alla città, fortilizi urbani, in quelli che erano tradizionalmente considerate città retratte e pertanto ristrette a nuclei ristrettissimi, insignificanti, considerando come la città altomedievale vada letta come un insieme poliedrico e multispettrale. Partono quindi i suoi studi sui vari aspetti dell’urbanistica altomedievale, che rileggono città molto note e pic- coli centri, sempre con occhio critico e puntuale, attento al dettaglio e alla finezza archeologica.Vede nell’età gota in Italia un momento di particolare riorganizzazione delle difese dei centri urbani, con modi- fiche soprattutto in quelli dell’Italia centrale, interessati dal passaggio delle truppe degli eserciti bizantini, che nell’esigenza di far fronte con mezzi e tempi relativi alla fortificazione delle città, ricorrono a ridotti difensivi che diventeranno un modello utilizzato anche altrove. Di qui gli studi più generali sulle città fortificate e sulle fortificazioni in Italia tra V e VI secolo.
Oggetto di particolare interesse sono le opere dei vescovi di Roma e del Lazio, nell’area del Ducato Romano, con studi sui centri dio- cesani del Lazio meridionale, fino a quel momento del tutto ignorati sotto il profilo archeologico. Qui si concentra sulle opere dei ponte- fici di VIII e IX secolo, mostrando come una precisa volontà politica si manifesta in azioni visibili materialmente, in strutture realizzate da maestranze specializzate, riconoscibili attraverso una lettura archeolo- gica puntuale, l’uso preferenziale di materiali e di tecniche costruttive specifiche. Ne conseguono gli studi sulla costruzione del Ducato Ro- mano, su Roma, sulla civitas leoniana, fino all’avvio del progetto Leo- poli-Cencelle, nell’ambito delle attività archeologiche dell’università di Roma Sapienza. Qui nel 1994 dava vita ad un grande progetto multidisciplinare, ancora in piena ed ininterrotta attività, mirante ad indagare una città fondata alla metà del IX secolo da papa Leone IV, progetta quindi con cannoni squisitamente altomedievali, finalmen- te non condizionata da preesistenze, che avrebbe quindi soddisfatto quello che la ricerca archeologica andava da tempo cercando: l’idea alla base dell’urbanistica altomedievale. Sulla Leopoli laziale scrive e riflette, promuove studi e soprattutto crea un’équipe, secondo un me- todo di lavoro ormai consolidato e vincente.
La riflessione sulla città postclassica non poté non comportare quella sul ruolo della cristianizzazione e sullo sviluppo dei suburbia, relativamente all’impianto dei complessi martiriali, come fattori pole- ogenetici. Questi aspetti, inseriti negli ambiti dei più ampi quadri or- ganizzativi diocesani, sono stati affrontati per l’Abruzzo, specialmen- te per Amiterno, Forcona e Valva, dove problemi di sdoppiamento di centri, spostamento di abitati, duplicazione di toponimi creano non pochi problemi di interpretazione storica, e soprattutto sul peso e sul ruolo della presenza longobarda. Con altrettanta cura vengono affron- tate le problematiche legate ai martiri umbri e alle loro deposizioni, soprattutto quando, come nel caso di s. Giovenale a Narni, sono stret- tamente legati alle memorie urbane. Studia anche gli spostamenti e le importazioni di reliquie, come quelle dei martiri orientali a Roma e la topografia sacra della loro collocazione all’interno della città, in re- lazione alle scelte locazionali dei santuari loro dedicati. Per Roma, af- fronta lo sviluppo della nascita e dello sviluppo dei santuari martiriali e del loro ruolo aggregante il popolamento, specie nella costituzione della città leonina, nello sviluppo delle scholae peregrinorum e nel valore politico della città papale attorno al polo vaticano.
Un argomento a lei molto caro, perché considerato giustamente fondante nella costruzione del medioevo occidentale, è quello mona- stico, a cui dedica energie e riflessioni, sia in termini di indagini arche- ologiche, sia di studi, sia di attività convegnistica. Nella realtà monastica vede una chiave di lettuta delle modalità di integrazione dei modelli di assistenza urbani e di sviluppo rurale a partire dall’altomedieovo, e per- tanto un elemeto costitutivo nella lettura dei paesaggi medievali. Con finezza interpretativa indaga la difficile realtà dei monasteri altomedie- vali nella città di Roma, o le prime attestazioni delle presenze mona- stiche in area sublacense, dando origine al progetto Valle Sublacense, che proprio dai suoi primi scritti prende forma e visione. Il suo legame personale e scientifico con l’Umbria si esplica negli studi sul monache- simo umbro, all’origine degli insediamenti eremitici del Monteluco. Proprio per approfondire con continuità la tematica monastica avvia il programma di convegni De Re Monastica, che a cadenza biennale approfondisce temi diversi del monachesimo di impronta benedettina in Occidente, rappresentando un appuntamento costante e cadenzato.
Non mancano, nei suoi studi, quadri territoriali e sincronici, nei quali il suo sapere storico ed archeologico emerge con spessore: è il caso della Sardegna vandala e bizantina, dell’Umbria del corridoio bizantino, del Ducato Romano, del Ducato di Spoleto, di Roma da Alarico a Teoderico, delle città capitali lette in modo comparativo, ma anche nei sistemi di gestioni delle acque e nella gestione dei flussi commerciali letti attraverso i vettori del commercio.
Molte delle sue ricerche hanno origine della sua intensa attività di scavo: i cantieri sardi (il complesso episcopale di Cornus, il centro martiriale di Porto Torres, il quartiere giudicale di Santa Igia a Ca- gliari, il complesso di S. Saturnino, sempre a Cagliari, la catacomba di S. Antioco, il castrum di Oschiri, il castello di Monreale; l’abbazia be- nedettina di S. Maria di Tergu); gli scavi umbri (la rocca di Spoleto, il complesso di S. Salvatore e quello di S. Pietro, sempre nella città spole- tina, le memorie francescane di S. Maria degli Angeli e di S. Damiano ad Assisi); le indagini nelle chiese toscane (gli scavi sotto la chiesa di S. Reparata a Lucca); gli scavi laziali (il complesso di S. Ippolito all’Isola Sacra, il complesso rupestre di S. Restituta a Tarquinia, la città di Leo- poli-Cencelle); gli scavi abruzzesi (il castello di Rovere); le indagini in Molise (il sito di Filignano; S. Angelo a Pettoranello, Monteroduni); le ricerche in Campania (il complesso paleocristiano di Cimitile).Tutti questi scavi, alcuni dei quali cantieri pluriennali, sono cantieri didatti- ci, nei quali generazioni di studenti di formano allo scavo archeologi- co; in molti casi rappresentano occasioni assolutamente uniche di let- tura di fenomeni storici, come nel caso dell’insedimento longobardo sulla rocca di Spoleto, o del complesso episcopale di S. Gavino a Porto Torres, o ancora del santuario di S. Saturnino a Cagliari, o ancora della città di Leopoli-Cencelle.Tutti vengono curati nell’edizione, e spesso costitutiscono l’occasione per spunti di ricerca nuovi e per affrontare tematiche i ampio spettro.
Non mancano, negli interessi di Letizia Ermini, gli studi rivolti alla cultura materiale, intesa come fonte archeologica; di qui l’interesse verso la scultura altomedievale, che la vede protagonista come autrice di due volumi dedicati ai Fori Imperiali a Roma del corpus curato dalla Fondazione CISAM e quindi come direttrice della medesima collana, ma anche nell’edizione di sarcofagi romani, nelle riflessioni sul sarcofago di S. Maria di Siponto e dei rilievi del museo dioce- sano di Trani, nelle discussioni sulla produzione abruzzese, oltre che di importanti riflessioni sui cibori romani. Di notevole interesse poi l’edizione della collezione di materiali bronzei del Museo di Cagliari.
Nell’interesse per la molteplicità degli aspetti del mondo medie- vale non poteva mancare l’apporto epigrafico, promosso da Letizia Ermini nella ideazione e nella direzione, con Guglielmo Cavallo delle Inscriptiones Medii Aevi Italiae, ma anche una serie di edizioni di manufatti inediti sia sardi, come iscrizioni da S. Saturno a Cagliari.
Molte di queste attività, a cominciare dei due corpora, della scultura altomedievale e dell’epigrafia medievale, hanno origine nell’ambito della Fondazione Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, che l’aveva vista coinvolta prima come esperto, poi come membro del consiglio scientifico e del consiglio di amministrazione ed infine come vice presidente sino alla sua scomparsa, attiva presenza nell’or- ganizzazione delle settimane di studio, dei congressi internazionali, delle attività di scavo. Nell’ambito delle attività del centro aveva lavorato anche alla revisione di importanti complessi, come il S. Salvatore di Spoleto, rileggendone le fasi attribuite all’età longobarda, ed aveva diretto lo scavo della rocca della medesima città, individuando l’area del promo stanziamento longobardo nella sede capitale del ducato. Un ritrovamento di importanza primaria, che sanciva finalmente una documentazione archeologica un un centro come Spoleto dove la presenza longobarda, ampiamente documentata dalle fonti, è singolarmente esigua sotto il profilo archeologico.

Letizia Ermini ha sempre sentito molto vivo il dovere di costruzione disciplinare dell’archeologia post-classica, che si è esplicato nell’impegno in commissioni ministeriali per la revisione delle scuole di specializzazione in archeologia e per l’attuazione dei decreti attua- tivi sull’archeologia preventiva; inoltre, decisivo è stato il suo appor- to per la riunificazione dell’archeologia cristiana e dell’archeologia medievale nella loro attuale strutturazione universitaria in un unico settore disciplinare. Ha inoltre sempre curato la diffusione locale del suo lavoro accademico, attraverso conferenze ed iniziative divulgative, nella convinzione che l’archeologia andasse partecipata e condivisa a tutti i livelli. In questa logica, ha partecipato alla alla riorganizzazione del Museo del Ducato di Spoleto e alle delicate fasi della ricostru- zione successiva al terremoto delle aree umbro-marchigiane, come membro della commissione per la ricostruzione promossa dal comu- ne di Foligno, ed è stata membro per molti anni della commissione di Storia ed Arte e della commissione toponomastica, entrambe del comune di Roma.
Alla attività accademica e di ricercatrice, Letizia Ermini ha affian- cato, con entusiasmo e piacere, quella didattica, alla quale ha dedicato energie e passione sino alla fine, seguendo, anche dopo il suo pensio- namento, studenti, dottorandi e chiunque ricorresse al suo insegna- mento e al suo consiglio. Le sue doti didattiche erano straordinarie, la sua chiarezza espositiva era pari alla pazienza e alla disponibilità che riversava i chiunque si rivolgesse a lei per aiuto e consigli. Ha lasciano ricordi indelebili in chiunque l’abbia avvicinata anche solo occasio- nalmente, per signorilità, cortesia, gentilezza, oltre che profonda co- noscenza e competenza. Ha creato una ampia scuola multigenerazio- nale, coesa e legata da affetti profondi, oltre che da legami scientifici, che rappresenta uno dei lasciti dei quali andava forse più orgogliosa. A lei l’archeologia deve molto, come studiosa attenta e puntuale; a lei l’archeologia post-classica deve molto, come elaboratrice di una complessità medologica di saperi che sono alla base della attuale me- dievistica; a lei l’archeologia al femminile deve molto, come modello di donna in grado di declinare ruoli diversi in modalità integrate.

Fonte: Francesca Romana Stasolla, Letizia Ermini Pani (1931-2018), in « Studi Medievali», I (2019), pp. 273-280.

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