Gustavo Vinay – Biografia

Gustavo Vinay (1912-1993)

Gustavo Vinay

1912-1993

VINAY, Gustavo. – Nacque il 22 marzo 1912 a Forengo, frazione dell’allora comune di Chiabrano (Torino), nella Val Germanasca, da famiglia valdese, unico figlio di Ermanno Emanuele, insegnante, e di Clémentine Pascal. Il nonno paterno, il pastore Jean-Alexandre, era stato tra i fondatori della Société d’histoire vaudoise.
Frequentò le scuole superiori a Carmagnola, dove ebbe tra i suoi insegnanti Mario Fubini, sua prima guida alla letteratura, ma anche contatto con una critica crociana che lo lasciò confusamente insoddisfatto (di Fubini avrebbe seguito le lezioni anche all’Università). Diplomatosi nel 1930, si iscrisse alla facoltà di lettere dell’Università di Torino, dove s’indirizzò allo studio della letteratura. Ma i ‘letterati’ (anche il più apprezzato, Augusto Rostagni) non risposero alle sue attese, incapaci, tra erudizione ed estetica, di una proposta storiografica in grado di creare il legame tra letteratura e storia di cui Vinay sentiva il bisogno e che lo spinse a seguire le lezioni di Giorgio Falco.
L’incontro con quest’ultimo fu decisivo, tanto che lo scritto che Vinay gli dedicò subito dopo la morte, Pretesti della memoria per un maestro (Milano-Napoli 1967) è «memoria di lui e del lungo rapporto con lui, variamente tormentoso o pacificato», ma «si traduce in una serrata e spesso impietosa autoanalisi, che è insieme un regolamento di conti: con la cultura della sua formazione, con la scuola, l’università, le scelte e gli orientamenti politici dominanti» (Miccoli, 1993, pp. IX s.), con il mondo intellettuale e con la stessa professione di intellettuale cui si sentiva estraneo.
I Pretesti sono anche l’opera in cui Vinay lascia più libertà alla sua vocazione di scrittore che, più trattenuta, si esprime anche nella sua inconfondibile prosa accademica. La storia di Falco era fascinosa, ma la prospettiva di tradizione idealistica che gli offriva apriva per Vinay un conflitto irrisolto, l’insoddisfazione per «la storia che ha un senso», in cui si risolvono tragedie e distruzioni, per quella storiografia idealistica «fatta per i tempi di pace. Ci si siede intorno a un tavolo in una grande stanza calda, si dice siamo-qui, adesso-torniamo-indietro […] vedete che i conti tornano» (Pretesti, cit., p. 73). Nella vita, invece, i conti non tornavano, nell’angoscia delle scelte di fronte al fascismo e alla guerra: «In me c’era il non senso di questa storia che non s’aggiusta mai e che ogni volta aggiustiamo noi per sopravvivere e la raccontiamo, e diciamo che se non è Provvidenza è pur Qualcosa […] questa storia che ha sempre un senso sui libri e mai nella vita» (ibid., p. 13). Falco gli propose tuttavia anche la strada per risolvere nella storia la sua vocazione di letterato: «Desiderò presto che scrivessi un-bel-lavoro su uno scrittore mediolatino […] il mio dramma giovanile sembrava potersi risolvere: la letteratura, il bello e il brutto, la poesia e la non poesia, l’eloquenza e l’oratoria che sono letteratura e non poesia e non si sa mai che cosa sono scomparivano all’orizzonte e restava l’uomo che si esprime in mille modi diversi e l’importante è che abbia qualcosa da dire e se riesce a dirlo in quel modo che si chiama poesia tanto meglio, ma solo tanto meglio perché l’essenziale è l’uomo, il perenne e unico creatore che si esprime, non la forma del suo esprimersi» (ibid., p. 32).
Nel 1934 Vinay si laureò con Vittorio Cian, discutendo una tesi pubblicata con il titolo L’umanesimo subalpino nel secolo XV. Studi e ricerche (Torino 1935). Stretto nel rapporto irrisolto tra la ‘Letteratura’ e la ‘Storia’, Vinay scelse un professore e un tema privi di problematicità, e lo studio si configura, infatti, come una documentata ricostruzione della cultura subalpina, ancorata alla tradizione storico-erudita e filologica. E fu forse questo un modo per recuperare le certezze di una cultura locale dove si acquietassero le urgenze e i dissidi tra storia e letteratura.
Nel 1934-35 Vinay si iscrisse alla Scuola di perfezionamento in filologia moderna; dal novembre del 1937 soggiornò a Parigi, seguendo presso I’École pratique des hautes études le lezioni di Edmond Faral, Louis Halphen e Charles Samaran. Tornato in Italia nel novembre del 1938, sposò Emma Matilde Lippert, nata a Les Pandreaux (Le Puy) il 25 marzo 1909, da cui nel 1946 ebbe l’unica figlia, Erica.
Nel 1940 prese servizio come bibliotecario presso la Biblioteca nazionale di Torino, ma venne richiamato alle armi; fu al fronte sulle Alpi occidentali e in Iugoslavia; fu decorato con croce al merito di guerra. Nel 1942 divenne libero docente di letteratura latina medievale e nell’ottobre del 1943 riprese servizio presso la Biblioteca nazionale. Nel 1949-50 seguì a Parigi i corsi dell’École des chartes per approfondire le ricerche sui codici bobbiesi della Biblioteca nazionale. Nel dicembre del 1950 venne nominato direttore della Biblioteca universitaria di Pavia, ruolo che ricoprì fino all’ottobre del 1955. Dal 1951 al 1955 tenne per incarico l’insegnamento di storia della letteratura latina medievale presso la facoltà di lettere dell’Università di Pavia. Nel febbraio del 1953 morì la moglie Matilde; nel luglio del 1955 sposò a Pavia Angela Maria Pietra (Pavia 1922-Montichiari 1990; Buttò, 2015).
I primi contributi, pubblicati a partire dal 1932, sono di carattere storico-erudito e filologico, ma già dal 1937, con La poesia di sant’Avito (I Poëmatum Libri) e con gli scritti dedicati ad autori che resteranno al centro della sua attenzione, Gregorio di Tours (1940), Rosvita di Gandersheim (1948), Colombano di Bobbio (1948), Eginardo (1948), Paolo Diacono (1950), iniziò a configurarsi il percorso che negli anni avrebbe caratterizzato la proposta storiografica di Vinay e la sua novità: leggere i testi mediolatini non in funzione di altro, come documenti di storia politico-istituzionale, spirituale o culturale, ma cercandovi la manifestazione di una volontà di espressione letteraria nel suo farsi storico.
L’eredità di un lessico di ascendenza crociana, presente nei primi scritti, andò attenuandosi nel corso del tempo, ma persisteva l’esigenza del giudizio critico, non quale strumento per la costruzione di gerarchie di valore, ma quale misura dello sforzo di esprimersi, di percorsi letterari cercati e storicamente significativi anche quando non pienamente riusciti. Distintiva della sua prospettiva storiografica restò sempre la centralità dell’individuo creatore, e la conseguente diffidenza verso ogni forma di riduzionismo sociologico o strutturalistico. Tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, nei contributi su Albertino Mussato (1949), Andrea Cappellano (1951), la commedia latina del XII secolo (1952), Waltharius (1954, riproposto con modifiche nel 1964), le ampie letture cominciarono a confluire anche in panorami letterari di vasto respiro. Negli anni Cinquanta, a partire dall’importante edizione della Monarchia (1950), si sviluppò l’interesse per gli studi danteschi, un «lungo itinerario analitico» (Oldoni, 2010, p. XIV*), dedicato alla Monarchia (1950, 1956, 1962, 1965, 1966), all’Epistola ai Cardinali (1958), al De vulgari eloquentia(1956, 1959, 1960, 1962), al Convivio e alla Commedia (1956, 1960, 1965), che costituisce, sgranata nel tempo, un’interpretazione globale di Dante Alighieri.
Vincitore nel 1954 del concorso a cattedra, Vinay venne chiamato dalla facoltà di lettere dell’Università di Roma, dove dal 1955 al 1982 insegnò lingua e letteratura latina medievale. Tra il 1956 e il 1976 insegnò anche presso la Scuola speciale per archivisti e bibliotecari, la Scuola di perfezionamento in filologia classica e la Scuola di perfezionamento in storia del diritto italiano medievale e moderno. Nel 1960 venne nominato direttore dell’Istituto di studi mediolatini della facoltà di lettere, incarico che ricoprì fino al 1982.
La prolusione al primo corso romano (pubblicata nel 1955 con il titolo Lingua, retorica, letteratura mediolatina) rappresenta una messa a punto metodologica fondamentale dei problemi del latino medievale come lingua di espressione letteraria, nel dialogo-confronto con i volgari e della legittimità e problematicità di un approccio letterario alla produzione mediolatina (problemi di metodo verranno ripresi nei contributi su Ernst R. Curtius, del 1960, e su Erich Auerbach, del 1964).
Nel 1957 divenne membro del consiglio dell’Accademia tudertina – Centro di studi sulla spiritualità medievale (vi restò fino al 1986) e socio corrispondente dell’Accademia delle scienze di Torino. Nel 1959 fondò con Ettore Paratore e Ciro Giannelli la Rivista di cultura classica e medioevale, ma ne lasciò la direzione già nel 1960, quando gli fu affidata da Giuseppe Ermini quella di Studi medievali; sotto la sua direzione (fino al 1970) iniziò la terza serie della rivista, una vera e propria rifondazione per varietà di temi e di proposte metodologiche. Nel 1961 divenne membro del consiglio del Centro italiano di studi sull’alto medioevo di Spoleto in cui restò fino alle dimissioni, nel 1977.
I suoi interventi alle Settimane del Centro di studi di Spoleto e ai convegni all’Accademia tudertina furono memorabili per lucidità metodologica (“Spiritualità”. Invito a una discussione, 1961; La Bibbia nell’alto medioevo. Discorso di chiusura, 1962), per acutezza di analisi di singole personalità (Otlone di Sant’Emmeram, Raterio di Verona, entrambi nel 1969) e di vaste problematiche (Il dolore e la morte nella spiritualità dei secoli XII e XIII. Discorso di apertura, 1962; Letteratura antica e letteratura latina altomedievale, 1974). Nel 1978 uscì il volume Alto medioevo latino. Conversazioni e non, sintesi del suo percorso di interprete del Medioevo, in cui, attraverso figure e momenti significativi da Gregorio Magno al X secolo, viene tracciato un vero e proprio disegno della letteratura latina medievale, per la prima volta non di carattere erudito e antiquario, ma critico-letterario.
Isolato nella sua scelta disciplinare, incise tuttavia su più generazioni di giovani studiosi, che pur indirizzati in tutt’altri percorsi scientifici, sentirono il fascino della sua personalità, delle sue proposte storiografiche e metodologiche, e della sua meditazione sul mestiere di storico (Sergi, 1999).
Dal 1971 fino alla morte Vinay fece parte del Consiglio direttivo allargato dell’Istituto storico italiano per il medio evo; come presidente dell’Associazione dei medioevalisti italiani realizzò i convegni del 1975 e del 1976. Fuori ruolo nel 1982, nel 1989 fu nominato dalla facoltà di lettere professore emerito. Nel 1988 si trasferì prima a Bologna, poi a Montichiari (Brescia), dove morì il 21 settembre 1993; è sepolto nel cimitero di Chiabrano.
Opere. L’elenco completo degli scritti di Vinay in G. Braga – I. Pagani, Bibliografia degli scritti di Gustavo Vinay (1912-1993), in Studi medievali, s. 3, XL (1999), pp. 395-439. Alcuni degli scritti più importanti sono raccolti in Peccato che non leggessero Lucrezio. Riletture proposte da Claudio Leonardi, Spoleto 1989. 

Fonti e Bibl.: Documenti relativi alla vita e alla carriera di Vinay si trovano presso le seguenti istituzioni: Torre Pellice, Archivio storico della Tavola valdese; Roma, Archivio storico della Università di Roma La Sapienza; Istituto storico italiano per il medioevo.
C. Segre, Il professore è un arrabbiato, in La fiera letteraria, XLIII (1968), 7, pp. 19 s.; L. Testaferrata, rec. a G. Vinay, Pretesti della memoria per un maestro, in Strumenti critici, II (1968), pp. 260-265; C. Leonardi, La generazione antifascista, in Renovatio, IV (1969), pp. 669-672; Id., Altomedioevo e letteratura, in Studi medievali, s. 3, XIX (1978), pp. 428-441; O. Capitani et al., La spiritualità medievale: metodi, bilanci, prospettive, in Studi medievali, s. 3, XXVIII (1987); C. Leonardi, Il Medioevo di V., in G. Vinay, Peccato che non leggessero Lucrezio. Riletture proposte da Claudio Leonardi, Spoleto 1989, pp. IX-XIX; E. Cecchini, La filologia mediolatina in Italia nel sec. XX, in La filologia medievale e umanistica greca e latina nel secolo XX, I, Roma 1993, pp. 529-567; C. Leonardi, G. V., in Studi medievali, s. 3, XXXIV (1993), pp. 959-966; G. Miccoli, Premesse alla ristampa, in G. Vinay, Pretesti della memoria per un maestro, Spoleto 1993, pp. V-XI; C. Leonardi, G. V. e la poesia mediolatina, in La giustizia nell’alto medioevo (secoli V-VIII). Atti della XLII Settimana di studio del Centro italiano di studi sull’alto medioevo… 1994, Spoleto 1995, pp. 9-33 (tutti i contributi di Leonardi sono stati ripubblicati in Id., Ricordi e incontri con medievisti, Spoleto 1996, pp. 163-231); G. Sergi, G. V. e l’ascendente di un maestro involontario, in Studi medievali, s. 3, XL (1999), pp. 323-331; D. Orlandi, G. V.: storico, scrittore, maestro, Roma 2009; M. Oldoni, Il Dante di V.: La Monarchia. Prefazione alla ristampa, in Dante Alighieri, Monarchia…, a cura di G. Vinay, Spoleto 2010, pp. V*- XVI*; G.P. Maragoni, Sulla didattica di G. V., in La Cultura, LIII (2015), 3, pp. 399-403; S. Buttò, Pietra (Vinay), Angela Maria, in Dizionario biografico degli Italiani, LXXXIII, Roma 2015, s.v.

di Ileana Pagani – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 99 (2020)

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