Giovanni Tabacco – Biografia

Giovanni Tabacco

Giovanni Tabacco

1914-2002

GIOVANNI TABACCO (Firenze, 7 novembre 1914 – Torino, 17 febbraio 2002)

Nell’itinerario di Giovanni Tabacco, scomparso il 17 febbraio 2002, sono state torinesi soprattutto la sua formazione e la sua eredità, cioè prima la laurea con Francesco Cognasso e poi la costruzione di una sua “scuola”: una scuola certamente lontana dalle linee ispiratrici di quella laurea e di quel maestro, eppure in parte rilevante ancorata alle ricerche territoriali sulla regione subalpina o, in altri casi, al ricorso a un’area cruciale dell’Europa come zona campione, o come zona attraversata (per collocazione e per caratteristiche) dalla grande circolazione di uomini, idee e modelli dell’universo medievale.
Nato il 7 novembre 1914, Giovanni Tabacco fu certamente fra quei giovani nei quali – sono parole di Tabacco stesso – Cognasso «era attento a distinguere fra chi giustapponeva e chi collegava concettualmente». La sua tesi di laurea nel 1939 divenne un libro (Lo stato sabaudo nel Sacro romano impero) che percorre temi collaudati della medievistica torinese di quegli anni ma in cui ben si preannunciano interessi destinati a svilupparsi: gli orizzonti tematici larghi, l’attenzione ai risvolti istituzionali, la valorizzazione di un rapporto non solo formale – non d’inquadramento, non di sistemazione a posteriori – fra schemi culturali e concretezza della politica.
Gli eventi bellici furono ovviamente l’elemento dominante degli anni successivi e in particolare, il 12 settembre del 1943, appena imprigionato dai Tedeschi, Tabacco riuscì a fuggire e a evitare la deportazione, rifugiandosi a Carmagnola presso la fidanzata Maria, che nel 1947 sarebbe divenuta sua m moglie per essergli poi compagna amata e collaboratrice preziosa per tutta la vita. Poco dopo, nell’ottobre del 1943, cominciò a insegnare nel liceo di Vicenza, per trasferirsi successivamente a Novara nel 1947 e a Vercelli nel 1951; insegnò ancora a Torino, al liceo Gioberti, dall’ottobre del 1953 fino al conseguimento della cattedra universitaria nel dicembre del 1954. Tenne in ogni caso acceso il legame con la ricerca: erano anni in cui – com’era frequente per quella generazione di studiosi – si forgiava nelle classi e con i ragazzi una professionalità didattica che il rapporto scuola-università rendeva, al di fuori di ogni teorizzazione, particolarmente solida ed efficace. E questi scopi (la ricerca e l’insegnamento) misero presto fra parentesi nella vita del giovane storico una breve ma appassionata militanza subito dopo la fine della guerra, prima nel Partito d’Azione e poi nel Partito Socialista.
Nei primi anni Quaranta il dialogo con Cognasso non era proseguito. Ma nel 1947, in seguito a un incontro casuale, il maestro propose all’allievo di diventare ufficialmente “assistente volontario”: scelta da ricondurre certamente alle ben note aperture di Cognasso verso chi conduceva ricerca storica in modo lontano dal suo; ma anche, forse, all’intento di scegliersi collaboratori che non lo facessero apparire nostalgico e fazioso, nella fase più tormentata di una convivenza accademica difficilissima con Giorgio Falco, reintegrato nell’insegnamento dopo le leggi razziali.
Gli studi di Tabacco proseguirono, nel tempo lasciato libero dalla scuola, con grande intensità, e nel 1950 sfociarono nel volume “La relazione fra i concetti di potere temporale e di potere spirituale nella tradizione cristiana fino al secolo XIV”, dove i potenti e gli intellettuali si pongono come oggetti privilegiati di una riflessione storiografica attenta al diversi strumenti con cui quelle categorie incidono sulla società.
Letture abbondantissime, produzione significativa di contributi che segnavano un progetto di ricerca sempre più personale, condussero Tabacco a vincere il concorso universitario nel 1954 e a cominciare l’insegnamento a Trieste, sulla cattedra di Storia medievale e moderna. In quella sede interpretò l’arco cronologico ampio dei suoi doveri non solo sul piano didattico, ma anche su quello scientifico, pubblicando nel 1957 Andrea Tron e la crisi dell’aristocrazia senatoria a Venezia, prova di un impegno storiografico non ideologico, non militante (Tron era un conservatore, ma caratterizzato da «robustezza morale») bensì attento alle grandi potenzialità dell’indagine biografica se rapportata, con domande non ‘evenemenziali’, ai contesti sociali, alle strutture istituzionali e in particolare – come in seguito scrisse l’autore stesso nella premessa a una riedizione del 1980 – per ciò che «complica e trasfigura» le «più compatte organizzazioni di interessi».
In quegli anni lo studioso quarantenne entrò in rapporto assiduo con un centro propulsivo della medievistica italiana, l’Istituto storico italiano per il medioevo di Roma, per il quale pubblicò prima, nel 1953, “La casa di Francia nell’azione politica di papa Giovanni XXI”, poi, nel 1957, l’edizione critica della “Vita beati Romualdi” di Pier Damiani. L’interesse rigorosamente laico per vescovi e monaci non si spense successivamente, come ben attesta la raccolta di saggi del 1993 “Spiritualità e cultura nel medioevo. Dodici percorsi nei territori del potere e della fede”, ma in quegli anni l’abbondante attività di recensore, soprattutto di opere tedesche, gli fece apparire particolarmente grave il ritardo della cultura italiana in tema feudale. In «Studi medievali», nel 1960, pubblicò “La dissoluzione medievale dello stato nella recente storiografia” (ripubblicato, con altri contributi fondamentali, nell’altra raccolta del 1993, “Sperimentazioni del potere nell’alto medioevo”). Fu una svolta, perché da allora Tabacco rese più netta la sua polemica contro luoghi comuni che condizionavano la conoscenza dei secoli medievali. E gli era sempre più facile farlo, perché ai puntuali riscontri sulle fonti si accompagnava un’attività sistematica di comunicazione (in termini molto personali e fortemente riorganizzati) dei dibattiti medievistici europei, in una serie di contributi storiografici che fecero un punto magistrale sui progressi degli studi internazionali alla metà del secolo XX: “Uomini e terra nell’alto medioevo” (nella Settimana di Spoleto pubblicata nel 1966), “Erudizione e storia di monasteri in Piemonte” (nella «Rivista di storia della Chiesa in Italia» del 1967), “Problemi di insediamento e di popolamento nell’alto medioevo” (nella «Rivista storica italiana» del 1967), “Ordinamento pubblico e sviluppo signorile nei secoli centrali del medioevo” (nel «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il medioevo» del 1968), “Fief et seigneurie dans l’Italie communale” (in «Le Moyen Age» del 1969). E mentre conduceva i lettori (ma anche molti colleghi) in territori poco esplorati della storiografia, cancellava coraggiosamente un altro luogo comune, quello delle persistenze «arimanniche» nella storia post-longobarda (con il volume “I liberi del re nell’Italia carolingia e post-carolingia” del 1966, pubblicato dal Centro italiano di studi sull’alto medioevo, nel cui direttivo era stato cooptato nell’anno precedente) ‘
Al centro di questo periodo, appunto nel 1966, Tabacco fu chiamato sulla cattedra torinese di Storia medievale. La sua prolusione del 3 febbraio 1967 (pubblicata nella rivista «Filosofia» con il titolo “Potere e cultura nell’età precomunale”) testimonia egregiamente i punti di convergenza tra diversi filoni di ricerca fin allora coltivati, la vera interazione fra le due dimensioni politica e culturale. Frattanto lo smontaggio delle teorie feudali sulla dissoluzione medievale e la loro sostituzione con la signoria rurale rendevano vivo l’interesse per i rapporti fra terra e diritti e per gli sviluppi della medievistica francese delle «Annales». L’agricoltura e la quotidiana pratica del potere nelle campagne erano protagoniste dei suoi primi corsi universitari a Torino, nei quali grande spazio avevano le opere di Georges Duby, di Eduard Pérroy, di Robert Boutruche (degli ultimi due era anzi stato lui stesso a promuovere la traduzione italiana). Grazie a questi temi e a una capacità espositiva non comune, nell’aula magna di Palazzo Campana, sede storica della facoltà di Lettere torinese, il successo fu grandissimo: folle di ascoltatori, enorme e quasi insostenibile richiesta di tesi di laurea, stupore studentesco di fronte a tutte le novità di un periodo storico che risultava sottratto all’immagine stantia che la scuola secondaria e la manualistica continuavano a trasmettere.
Un altro elemento contribuì a costruire un vivido alone di simpatia intorno al nuovo medievista dell’Università torinese: mentre Palazzo Campana era occupato dal movimento studentesco, negli ultimi mesi del 1967, fu (con D’Arco Silvio Avalle e Lore Terracini) uno dei tre docenti che si opposero alla sospensione dell’anno accademico, e riuscì a instaurare un rapporto costruttivo con i gruppi studenteschi autogestiti più attenti al rinnovamento, anche radicale, dell’insegnamento universitario. Con questi sperimentò seminari, pur ammettendo di essere scarsamente adatto a tale forma didattica: in ogni caso la strada del rapporto diretto fra ricerca e apprendimento gli appariva molto feconda per il futuro dell’Università, che non doveva diventare un «superliceo» anche se era ormai «di massa».
In quegli anni la capacità di lavoro di Tabacco si manifestò in forme invidiabili. Lezioni, seminari, colloqui per tesi di laurea che occupavano anche la domenica mattina, appuntamenti serali con i primi giovani collaboratori non incidevano sulla sua produttività scientifica.
Ricerche su vescovi, monasteri, canonici in Toscana (in particolare nel territorio aretino) riprendevano temi consolidati nella sua formazione accentuandone la dimensione sociale (rapporti con la nobiltà, funzione nei primordi del comune). Un saggio fondamentale (“L’allodialità del potere nel medioev”, in «Studi medievali» nel 1970) avviò rivisitazioni complesse della funzione (ridimensionata) dei rapporti vassallatico-beneficiari, ora consultabili nella raccolta del 2000 “Dai re ai signori. Forme di trasmissione del potere nel medioevo”, in grado di costruire uno sguardo davvero aggiornato e nuovo su un medioevo molto meno “feudale” di quanto normalmente si creda (fondamentale, in questo senso, il saggio “Il feudalesimo”, scritto nei primi anni Settanta e pubblicato, con grande ritardo, nel 1983 nel “Il volume della Storia delle idee politiche, economiche e sociali” curata da Luigi Firpo).
Nel 1970 Tabacco aveva assunto la direzione del «Bollettino storico-bibliografico subalpino», ereditandola da Cognasso. Fra collaboratori più ‘locali’ della gestione precedente confermò quelli in linea con i metodi della storiografia professionale, fece spazio a giovani studiosi emersi dalla sua scuola o, per la storia antica, moderna e temporanea, dalla scuola dei colleghi più accreditati. A tutti chiese di non rispondere a curiosità erudite, ma di affrontare per il Piemonte, la valle d’Aosta, la Liguria – frammenti significativi di ‘grande’ storia, secondo linee ispiratrici che si ritrovano nella sua relazione in un convegno del 1979 (Il Piemonte nella medievistica oggi). Il «Bollettino» nel giro di pochi anni entrò (soprattutto per la storia medievale, più attenta di altre alla dimensione territoriale, con citazioni significative, tra le altre, da parte di Pierre Toubert Alfred Haverkamp) in molte operazioni europee di storia comparata. Per ventidue anni Tabacco curò i due volumi annuali della rivista con scrupolo meticoloso, con severità culturale e con un forte, mai affievolito spirito di innovazione. La Deputazione e il suo «Bollettino» hanno rappresentato la parte più piemontese dell’attività di Tabacco, impegnato in realtà, sia nell’insegnamento sia nella ricerca, sui maggiori temi europei del millennio medievale.
Per la “Storia d’Italia” Einaudi scrisse, nel 1974, la parte sul medioevo, ripubblicata, nel 1979 e con integrazioni, come volume autonomo (“Egemonie sociali e strutture del potere nel medioevo italiano”, tradotto poi dalla Cambridge University Press). Fu allora che il suo nome e la sua fama uscirono dai circuiti ristretti degli esperti – tra i quali era già considerato uno dei maggiori medievisti viventi – e la consacrazione definitiva si ebbe quando dalla storia italiana si spostò, sempre in sede di sintesi, sulla storia europea. Le sue lezioni universitarie erano state un laboratorio importante, anche se soltanto nel 1996, con il titolo “Profilo di storia del medioevo latino-germanico” (vincitore del Premio Finale Ligure Storia), gli allievi lo indussero a pubblicare parti significative: da lì, da quella riflessione che nasceva complessa ma subito si poneva il problema della comunicazione (certo priva di ogni compromesso rispetto a possibili letture ‘facili’ del passato) si sviluppò l’impresa della parte altomedievale del trattato universitario “Medioevo”, scritto con Grado G. Merlo per Il Mulino nel 1981.
Mentre relazioni congressuali e articoli in riviste specialistiche continuavano a testimoniare di un’attività di ricerca sempre intensa, richiami all’insegnamento di Marc Bloch si facevano espliciti, sia in “Su nobiltà e cavalleria nel medioevo: un ritorno a Marc Bloch?” («Rivista storica italiana» del 1979), sia nella premessa alla ristampa italiana, del 1987, della Società feudale. A partire da questo orientamento lontano da certi nazionalismi storiografici di una parte della cultura italiana, ma immune anche da passive esterofilie Tabacco esplicitò la sua più personale lettura del millennio medievale in una brevissima lezione di metodo del 1980: “Il cosmo del medioevo come processo aperto di strutture instabili” (in «Società e storia»), dove precisò le proprie convinzioni in tema di complessità e di attitudine sperimentale del medioevo, caratteristiche per le quali la «nostra» lettura deve adattarsi a ciò che davvero gli anni intorno al Mille esprimevano: «l’eclettismo» afferma «non è nella soggettività di un nostro atteggiamento, ma nella realtà del processo nel quale le strutture interne, agendo fra di loro, trascelgono esse stesse l’una dall’altra le condizioni che ne garantiscono la coesistenza».
Negli ultimi anni della sua attività affrontava con intelligenza inarrivabile ogni tema si trovasse a toccare. Nella riflessione sul rapporto fra intellettuali e aristocrazia con “Gli intellettuali del medioevo” (1981, Annali della Storia d’Italia Einaudi). In campo religioso (da “Agiografia e demonologia come strumenti ideologici in età carolingia”, nella Settimana di Spoleto pubblicata nel 1989, al suo contributo “Il cristianesimo latino altomedievale” nel volume della Storia del Cristianesimo di Laterza pubblicato nel 1997). Nel suo collaudato tema dei poteri regi, della loro permanente efficacia pur nel carattere intermittente (da “Impero e regno meridionale”, nelle Giornate normanno-sveve del 1983, a “Regno, impero aristocrazie nell’Italia postcarolingia”, negli Atti del 1991 di una Settimana di Spoleto). Nell’analisi delle istituzioni comunali, lette senza miti del progresso, senza esaltazioni delle novità borghesi, ma con buona attenzione a indiscutibili peculiarità urbane (“Le istituzioni di orientamento comunale nell’XI secolo” e “La genesi culturale del movimento comunale italiano” sono entrambi del 1989).
Ha dato il suo contributo di idee non solo negli enti fin qui ricordati (la Deputazione subalpina di Storia Patria, il Centro italiano di studi sull’alto medioevo di Spoleto, l’Istituto storico italiano per il medioevo di Roma, in ciascuno dei quali ha ricoperto la funzione di vicepresidente) ma anche all’Accademia dei Lincei, all’Accademia delle Scienze di Torino, addirittura al periodico Archivio di studi sull’Alto Adige, sempre con impegno e assiduità. Ha insegnato fino al 1985, ricevendo poi la nomina a professore emerito dell’Università di Torino. Ma più che ‘emerito’ continuò davvero a essere ‘professore’.
La testimonianza meno personale (tante ve ne sarebbero) e più pubblica del suo rigore morale si trova nel modo in cui interpretò il suo essere fuori ruolo ma non ancora in pensione: con la partecipazione agli esami e con la selezione dei libri da ordinare per la biblioteca della Sezione medievistica del Dipartimento di storia (dedicò una parte importante della sua attività a un aggiornamento amplissimo, non legato ai contingenti interessi di ricerca ma proiettato sul futuro sui più vari filoni). E anche con un regolare turno di ricevimento all’Università: collaboratori, vecchi e nuovi allievi, studiosi di tutto il mondo sapevano che l’avrebbero trovato nel suo studio del Dipartimento il martedì mattina, e cosi ha continuato a essere fino a pochi mesi dalla sua scomparsa. Molti dattiloscritti di giovani e meno giovani, di suoi scolari o di altri che ricorrevano alla sua consulenza, recano le sue minuziose correzioni in matita: se ne perde traccia poi, nella stampa, ma c’è molto Giovanni Tabacco ignoto in tanta produzione medievistica, anche degli ultimi anni.

Fonte: Giuseppe Sergi, Un medievista europeo a Torino, in Ovidio Capitani – Giuseppe Sergi, Ricordo di due maestri. Giovanni Tabacco e Cinzio Violante nella medievistica europea, Spoleto 2004, pp. 3-10

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