Giorgio Falco – Biografia

Giorgio Falco

Giorgio Falco

1888-1966

FALCO, Giorgio. – Nato a Torino il 6 febbr. 1888 da Achille e Annetta Pavia, si laureò nel 1911 a Torino con una tesi in storia medievale su Alfano di Salerno. All’università aveva incontrato Nelda Sampò, sua futura moglie, amica di Adelina Rossi, di qualche anno più anziana e andata sposa di lì a poco a B. Croce; fra le due coppie intercorsero fino da allora rapporti di amicizia. Dal 1911 al 1914 il F. fu a Roma per conto della Società romana di storia patria, due anni come “alunno” della Scuola storica che era annessa dal 1898 alla Società e un anno come perfezionando. Dal 194 al 1930, salvo il periodo maggio 1916 – giugno 1919 in cui fu mobilitato, insegnò (a Fossano, a Roma e a Torino) storia e geografia nella scuola tecnica, e italiano e storia all’istituto tecnico, conservando poi sempre interesse per i problemi della scuola secondaria. Vincitore di concorso a cattedra universitaria, insegnò dal 1930-31 storia medievale all’ateneo torinese, fino al 1938, quando fu allontanato dall’insegnamento in seguito alle leggi razziali.
Il 1° sett. 1939 si era convertito al cattolicesimo, battezzato nella sagrestia di S. Pietro in Vaticano, con P. Brezzi come padrino. Poté proseguire gli studi defilato e nascosto da provvide amicizie e stime; nella notte fra il 3 ed il 4 febbr. 1944 poté sfuggire ad una delle ultime razzie germaniche nel monastero romano di S. Paolo fuori le Mura, dove aveva trovato rifugio. Nell’Italia libera del 1945-46 fu reintegrato nell’insegnamento, affiancando chi nel frattempo aveva occupato il suo posto, ma trascorrendo a Roma gli anni 1945-46-47 con l’incarico di curare l’edizione del Chronicon Casauriense per la ristampa muratoriana. Si risolse a chiedere il trasferimento a Genova, dove avrebbe insegnato storia medievale e moderna dal 1950-51 al 1953-54; tornò poi a Torino ma insegnando storia moderna, dal 1954-55 al 1956-57; solo nel 1957-58, ultimo anno di servizio prima di andare fuori ruolo, poté ricoprire la sua vecchia cattedra di storia medievale resasi disponibile. Professore emerito nel ’64, era stato eletto socio corrispondente dei Lincei nel 1947 e nazionale nel 1949.
Il F. morì a Torino il 26 apr. 1966.
Il F. ha occupato un posto di rilievo nel campo degli studi medievali e, più in generale, un posto altrettanto rilevante nella cultura storica italiana dei decenni centrali del nostro secolo. E ciò non tanto per avere operato con apprezzabili risultati anche nel campo della storia moderna (secolo XVIII, soprattutto Muratori, e secolo XIX, soprattutto Pisacane), restando però sempre fondamentalmente un medievista; quanto per essere stato rappresentativo del modo in cui studiosi attrezzati per la ricerca storica si sono sentiti a un certo punto attratti dall’insegnamento e dall’opera di Croce, senza avere la preparazione necessaria per fare i conti con i nodi centrali del suo pensiero filosofico. Questo, si badi, solo perché intravedevano in quell’insegnamento e in quell’opera un’occasione straordinaria per dare senso, luce e respiro alla loro quotidiana fatica di storici di professione; non certo perché quella che taluni a torto hanno configurato come l’”egemonia” crociana li costringesse a fingere dimestichezze filosofiche (qui, la “filosofia dello spirito”), Come avveniva invece contemporaneamente in paesi in cui gli storici erano davvero obbligati a rendere omaggio ai dogmi del “materialismo dialettico”. A differenza di altri, il F. ha avuto il tempo, o si è ritrovato il coraggio e talvolta, forse, ha provato un certo compiacimento, nel denunciare il disagio che, per il comune sentire o, comunque, per il suo particolare sentire, discendeva da quella “religione supremamente severa” che gli pareva essere lo storicismo, disposto a sacrificare “alle esigenze della ragione le più comuni propensioni dell’anima umana”, quelle, cioè, in nome delle quali, “noi, che forti non siamo, non ci rassegniamo senza intimo travaglio alla tremenda solidarietà delle generazioni, alla pena che si paga senza personale responsabilità, alla somma d’iniquità e di sofferenze, che dovrebbe trovare la sua giustificazione nella dialettica dello Spirito”. In conclusione, per lui, storicista ormai molto perplesso, la storia rimaneva “una cosa un po’ misteriosa”, “una cosa non ancora del tutto chiara” (Cose di questi e d’altri tempi, in G. Falco, Pagine sparse di storia e di vita, Milano-Napoli 1960, pp. 564 s.). Ma questo suo “discorso”, come osserva la Severino, “resta fondamentalmente privo di svolgimento; e si chiude in un’oscillazione pendolare, fra denuncia e un recupero delle posizioni crociane, oltre il quale si riaffaccia l’intuizione della sostanziale insufficienza di una soluzione volontaristica” (p. 169).
Lo scritto autobiografico del F., da cui abbiamo tratto la citazione, è del 1953. Affioranti già nel suo libro più famoso, La Santa Romana Repubblica. Profilo storico del Medioevo, terminato prima dell’inizio della seconda guerra mondiale (ma pubblicato sotto il nome falso di G. Fornaseri a Napoli nel 1942 e poi ristampato, con un capitolo in più, Milano-Napoli 1954), che pure consiste tutto nello sforzo – brillantemente riuscito, a prezzo di pesanti, inevitabili omissioni e semplificazioni – di rendere chiaro, rettilineo e coerente l’oscuro tortuoso e incoerente Medioevo, le inquietudini e insoddisfazioni di cui abbiamo fatto cenno avevano avuto modo di aggravarsi durante gli anni di guerra, come attestano due scritti, risalenti rispettivamente al 1943-1944 (prima della liberazione di Roma) e alla fine del ’44, editi e adeguatamente commentati da P. Zerbi in un volumetto che reca il titolo del primo dei due: In margine alla vita e alla storia (Milano 1967). Questi tre scritti, in particolare il su citato Cose di questi e d’altri tempi, terzo in ordine di tempo e il solo licenziato dall’autore, e che si presenta come un piccolo capolavoro anche dal punto di vista letterario, vengono a costituire un passaggio obbligato per chi si proponga di ricostruire la carriera intellettuale del F., con il rischio che questo insistito Contributo alla critica di me stesso (soprattutto in riferimento al saggio del ’53 il richiamo al precedente crociano si impone), concepito apertamente in forma di autostoricizzazione, ne condizioni in modo esclusivo il giudizio, inducendolo a una lettura dell’opera del F. volta a privilegiare l’esemplarità dell’itinerario culturale, che in essa si riflette, rispetto alla valutazione del posto che a questa va riconosciuto nel panorama degli studi storici italiani. Anche perché, senza volere con questo mettere in forse tale esemplarità, ma solo riservandoci il diritto di configurarla anche a prescindere dalle pur preziose indicazioni che ci vengono in proposito dall’interessato, “come dimostra – senza bisogno di alcun complicato ragionamento – la lettura della sua bibliografia, egli non abbandonò mai alcuna delle esperienze storiografiche attraversate, da quella tardo-positivistica della scuola in cui si formò, a quella crociana, ora avvertita come conquista di nuovi orizzonti, come apertura all’arioso mondo delle idee, ora meditata con distaccato, quasi deluso impegno, facendo sempre giocare le varie componenti della sua formazione e della sua personalità matura l’una sull’altra, l’una a controllo dell’altra” (Tessitore, pp. 5 s.).
Per il F. manca il riscontro, fondamentale per altri storici che sono stati anche professori universitari, costituito dalla fisionomia degli allievi usciti dalla sua scuola. Da una parte, le accennate vicissitudini e la conseguente discontinuità della sua carriera accademica, dall’altra l’”umanità catturante e scontrosa” di un maestro dispostissimo ad aprirsi ai giovani, ma molto sensibile alle delusioni che potevano venirgliene, non gli consentirono di avere una vera scuola. I pochi che furono effettivamente suoi allievi e che avrebbero fatto parlare di sé – fra gli altri, P. Brezzi, G. Vinay, G. Pistarino – si fecero ciascuno la propria strada e non si può davvero dire che abbiano mostrato qualche tratto in comune fra loro. Il secondo, in particolare, ebbe con lui un rapporto così “variamente tormentoso e pacificato” da potere costruire intorno a esso, dopo la sua scomparsa, “un bilancio di sé e del proprio percorso intellettuale e umano” (Miccoli, pp. V s.), nel quale solo di quando in quando troviamo spunti baluginanti, utili alla delineazione di un profilo del F. storico: “… il dramma di una storiografia e dell’uomo che così nobilmente la impersonava: da una parte la volontà eroica di dare respiro alle cose, di disporle in un grande disegno …; dall’altra il concreto, le terre che si comprano, si vendono, si coltivano, i patrimoni che si fanno e si disfanno, gli uomini piccoli e grandi che vi passano sopra e una traccia vi lasciano” (Vinay, p. 20).
Il giudizio che il F. dà della “facoltà – officina” torinese (l’immagine è di F. Artifoni, che però la contesta: p. 362) in cui compì i suoi studi universitari è un riecheggiamento, che oggi suona non meditato e fastidioso, della polemica antipositivistica condotta da Croce con ben diversa consapevolezza. In realtà, in quelle aule certo non amene ricevette una formazione sul piano dell’avvio all’esercizio concreto della professione di storico, di una qualità tale che mai più si sarebbe rivista nell’università italiana. Basti dire che vi acquisì non solo una straordinaria perizia nell’esegesi delle fonti sia cronachistiche e letterarie sia documentarie, ma anche gli strumenti per farsene all’occorrenza onesto e corretto editore. Se infatti non riuscì nell’impresa dell’edizione del Chronicon Casauriense (e fu questo un cruccio dei suoi anni maturi), portò a termine l’edizione di una silloge di documenti due e trecenteschi relativi al Comune di Velletri (Archivio della Società romana di storia patria, 1913-16), l’edizione delle Carte del monastero di San Venerio del Tino, I, (1050-1200), Torino 1927, e II, (1200-1300), ibid. 1934, e, in collaborazione con G. Pistarino, quella del Cartulario di Giovanni di Giona di Portovenere (secolo XIII), ibid. 1955. Ma dai maestri torinesi gli venne probabilmente anche dell’altro. A parte P. Fedele, ch’egli stesso distacca dal grigiore del quadro complessivo, riesce difficile pensare che nelle conversazioni anche private che dice di avere avuto con G. De Sanctis non siano stati evocati i dubbi circa la legittimità etica degli imperi, che hanno sempre agitato la coscienza del grande storico dell’antichità e che, per qualche verso, richiamano quelli circa il corso della storia in generale che il F. avrebbe formulato negli anni a venire.
A Roma, in quella che sarebbe rimasta per antonomasia la “scuola romana”, il neolaureato incontrò i maestri (primi fra tutti F. Monaci e O. Tommasini) e i compagni di studi, divenuti nel frattempo a loro volta maestri (V. Federici, L. Schiaparelli), del suo maestro torinese, Fedele. Anche se questa scuola si stava allora aprendo a interessi più propriamente storici, vi permaneva ancora la netta impronta filologica e diplomatistica che aveva avuto all’inizio. Benché, dunque, sotto il profilo dell’indirizzo storiografico dominante, il F. ritrovasse a Roma la Torino che si era lasciata alle spalle, quel soggiorno per ragioni di studio segnò una svolta decisiva nella vita e negli affetti del giovane studioso, che ne approfittò per “spiemontesizzarsi” (il verbo è suo), anche perché concepì subito per la città, non solo – si badi bene – per ciò che essa era stata in passato, ma anche per come si era ridotta a essere nel presente, la capitale cioè dell’Italietta giolittiana, un amore che non avrebbe avuto mai fine, del tipo esclusivo nutrito più facilmente dagli stranieri che dagli Italiani di altre regioni. La storia medievale del natio Piemonte il F. l’aveva, del resto, trascurata anche quando studiava ancora a Torino, nel cui Archivio di Stato consultò in prevalenza fondi relativi alla Liguria medievale, che avrebbe poi ripreso in mano negli anni del magistero genovese, di modo che la Liguria può essere accostata al Lazio e a Roma come seconda patria di elezione del F. storico locale e editore di documenti. Il Piemonte, quello moderno, artefice dell’Unità, è invece ben presente, non tanto come oggetto di ricerca, quanto come fonte di ispirazione ideale, nei suoi studi di storia sette e ottocentesca.
Dalla Scuola storica ebbe assegnato il compito di studiare i Comuni del Lazio meridionale e non, “come il buon senso avrebbe suggerito”, i Comuni tosco-romani (Viterbo, Orvieto) (Cose di questi e d’altri tempi, p. 553). Con una non irrilevante eccezione (Sulla formazione e la costituzione della signoria dei Caetani (1283-1303) [1928], ora in Id., Albori d’Europa, Roma 1947, pp. 293-353), gli scritti del F. sul Lazio meridionale, frutto delle ricerche compiute in prevalenza durante gli anni dell’”alunnato” romano e poi perfezionate durante altri periodi trascorsi a Roma, nonché di un tardivo ritorno di fiamma, sono stati editi in varie annate dell’Archivio della Società romana di storia patria (1913-16, 1919, 1924-27 e 1961 [ma pubblicata nel ’64]) e ristampati di recente (Roma 1988) in un volume in due torni (XXIV/1-2) della Miscellanea della stessa Società, sotto il titolo Studi sulla storia del Lazio nel Medioevo con un indice a cura di A. Cortonesi.
Lo studio su Il Comune di Velletri nel Medioevo (sec. XI-XIV), che occupa da solo il primo tomo della ristampa, consiste in un saggio di una sessantina di pagine premesso alla corposa appendice documentaria di cui si è già detto. Di scarso rilievo nel sec. XIII, la storia del Comune di Velletri diventa interessante nel secolo successivo per la resistenza opposta dai Velletrani alle pretese del Comune di Roma sotto la cui giurisdizione si trovavano dal 1312, ma la frammentarietà delle fonti fino al 1346 impedisce la ricostruzione della prima fase del conflitto. Carattere di compilazione ha il contributo su L’amministrazione papale nella Campagna e nella Marittima dalla caduta della dominazione bizantina al sorgere dei Comuni, e solo in un apporto di nuovo materiale documentario sulla legislazione pre-egidiana nelle province della Chiesa (Campagna, Marittima e Tuscia) si risolve il quarto e ultimo degli studi sul Lazio degli anni giovanili. Ben altro respiro e rilievo acquista il terzo di questi studi, quello su I Comuni della Campagna e della Marittima nel Medio Evo, nel quale il F. si serve con maestria di quel particolare tipo di comparazione ravvicinata che è dato di istituire fra oggetti di per sé comparabili fra loro. Ciò gli permette oltretutto di ovviare alla discontinuità della documentazione sito per sito, senza per altro indulgere alla tentazione di costruire un vero e proprio modello, facendo sue con discernimento e senza indebite forzature le tematiche affrontate dalla più progredita storiografia sui Comuni soprattutto minori dell’Italia centro settentrionale, prova evidente del fatto che, prima dell’illuminazione crociana, il F. non era stato insensibile alle proposte della scuola economico-giuridica. In conclusione, I Comuni della Campagna e della Marittima prospettano un quadro d’insieme della storia delle due province nei secoli XI-XIV che rimane sotto molti aspetti ancora pienamente valido, al punto che, a parte l’insistito apprezzamento di R. Manselli, più di recente Artifoni, richiamando in particolare “alcuni spunti … attualissimi, come quello della gestione dei beni comuni e quello della spartizione fra i ceti sociali delle spese militari”, arriva ad affermare che è con queste ricerche laziali che il F. “mantiene una sua presenza viva nella medievistica di 1991” (p. 364). Al Lazio meridionale il F. sarebbe, del resto, tornato in uno dei suoi ultimi lavori, le Note in margine al Catario di S. Andrea di Veroli (1961, ma ’64), ristampato anch’esso in Studi sulla storia del Lazio. Ha la forma dimessa di una recensione a un’edizione documentaria, ma, ancora più che nel celebratissimo La vita portovenerese nel Duecento (1952; ora in Pagine sparse, pp. 79-103), dove a tratti prevale il gusto per la curiosità fine a se stessa, per ciò che solo in qualche caso “giunge sino ai margini della storia”, il F. mette in luce qui le sue doti straordinarie di interprete e utilizzatore, non di piluccatore, di documenti. Mi riferisco in particolare alle osservazioni di storia del notariato locale, e a quelle sul regime dei castelli che circondano Veroli e compongono la sua diocesi, considerato come un rivelatore dei rapporti di forza fra i protagonisti della storia verolana: il Papato, la sede vescovile, l’aristocrazia locale.
Per il fatto che, al centro di esso campeggia una “personalità viva”, quella di Benedetto Caetani, poi papa Bonifacio VIII, in quanto artefice, a un tempo brutale e legalitario, della “politica economica” di una casata cardinalizia, ultima arrivata rispetto a quelle che già dominavano la scena romana, il saggio Sulla formazione e la costituzione della signoria dei Caetani è parso segnare per il F. l’”inizio di una nuova fase” del suo itinerario storiografico. Ma lo stesso Zerbi, che formula questo giudizio (pp. 8 s.), dà molto rilievo al vasto programma di studi illustrato nella di poco successiva prolusione torinese del novembre 1930: Medio Evo e periodo storico(ora in Albori d’Europa, pp. 16-28, ma apparsa in una stesura più ampia in La Nuova Italia [III] del 1932). In questo programma sono delineati con rara, sorprendente precisione i tratti direttivi delle due opere alle quali il F. avrebbe legato prevalentemente il suo nome, anche se sono o, se si preferisce, proprio perché sono anche opere molto datate: La polemica sul Medio Evo, il cui primo volume, anticipato in parte sotto forma di articoli in Civiltà moderna, apparirà a Torino nel 1933 (ristampa: Napoli 1977 e, di nuovo, ibid. 1988, con Introduzione di F. Tessitore), e la già menzionata Santa Romana Repubblica. Nella prolusione èanche tratteggiato, ed è ilparagrafo di essa che riveste per ovvie ragioni il maggiore interesse, il contenuto del vol. II della Polemica, che invece il F. non avrebbe mai scritto o del quale, per meglio dire, avrebbe scritto solo la seconda parte: appunto, il Profilo storico del Medioevo, in cui consiste La Santa Romana Repubblica. Da un lato il nesso che collega il vol. I della Polemica al Profilo, di là del progetto non realizzato di dare un seguito vero e proprio a quel primo volume, dall’altro l’evidente e dichiarata ispirazione crociana delle due opere – che richiede però di essere ricondotta entro limiti precisi a scanso di equivoci -, sono al centro di gran parte di ciò che è stato scritto sul F. luivivo (èmolto poco) e negli anni immediatamente successivi alla sua scomparsa, prima che il subentrato disinteresse per i problemi agitati in quelle discussioni intervenisse a farle tacere. E di conseguenza, a stendere un velo d’oblio anche sulle opere che ne avevano costituito l’oggetto, favorendo di converso la riconsiderazione di altre opere prima neglette, o quasi, come IComuni della Campagna e della Marittima, oppure avviando a concentrare l’attenzione – sulla scorta del favorevole, ma capzioso, giudizio che D. Cantimori aveva dato del F. – su qualche aspetto isolato della sua fisionomia di studioso (il rigore della sua filologia e la qualità narrativa del suo racconto storico) con l’effetto di “configurare un’alternativa a quella tradizione culturale di cui Falco restava pur sempre un rappresentante, se non altro per non essersene saputo dissociare” (Severino, p. 219).
A parte opere ancora giovanili come La Rivoluzione napoletana del 1799 e La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza, la prima opera di Croce abbordabile dagli storici di professione sono stati i due volumi della Storia della storiografia italiana nel secolo XIX, apparsi nel 1921. In essi la produzione storica di argomento medievale, quella in particolare concernente i Longobardi, aveva una posizione di grande rilievo. E proprio a La questione longobarda e la moderna storiografia italiana (1951; ora in Pagine sparse, pp. 11-26), il F. avrebbe dedicato un saggio denso e penetrante in cui vengono rettificati alcuni giudizi dati a suo tempo da Croce. Ma dal libro crociano del 1921 il F. dovette ricevere soprattutto lo stimolo a praticare in grande il nuovo genere storiografico, che era la “storia della storiografia”, prendendo di petto e affrontando sul lungo periodo, all’incirca quattro secoli di vita intellettuale europea, la genesi e le vicissitudini di quel concetto di media aetas, la cui persistente, anche se discussa, vitalità si rifletteva se non altro nell’intitolazione della cattedra torinese di cui il F. prendeva possesso nel novembre del 1930.
Accanto all’indicazione del genere storiografico, Croce offriva al F. anche la giustificazione della scelta dell’oggetto stesso della sua indagine nelle pagine dedicate al “periodizzamento” di Teoria e storia della storiografia (Bari 1954, p. 103): “Pensare la storia è certamente periodizzarla… Noi, europei moderni, la dividiamo in antichità, medioevo ed epoca moderna… L’essersi formato insensibilmente [si intende: questo periodizzamento] torna piuttosto a suo merito che a demerito, perché vuol dire che non fu escogitato da arbitrio individuale, ma ha accompagnato lo svolgimento stesso della coscienza moderna”. Croce sapeva anche bene che “contro questo periodizzamento si è assai sottilizzato da parte dei critici, dicendolo introdotto non si sa come, di furto, senza autorità di grandi nomi”, ma concludeva che “esso si mantiene e si manterrà fino a quando la nostra coscienza persisterà nella fase nella quale ancora si trova”. Poiché era evidente che il punto critico e, insieme, l’asse portante dello schema complessivo era costituito proprio dalla sua fase intermedia, il Medioevo, solo ripercorrendo i vari momenti attraverso i quali esso si era venuto definendo “come periodo organico, la cui visione risponda a un’intima esigenza storica” (che è ciò che il F. ha fatto nel vol. I della Polemica), sarebbe stato possibile affrontare l’”altro dibattito”, cui Croce si riferiva, quello sollevato prima da H. Leo e rilanciato poi, “in pieno positivismo”, da O. Lorenz, con cui si volle “contestare l’esistenza, i limiti, il valore del Medioevo come periodo storico unitario” (che è quello che sempre il F. si era proposto di fare, e invece non fece, nella prima parte del vol. II della Polemica: cfr. La polemica [1988], p. 27).
Il discernimento nella scelta dei temi e degli autori in cui andavano individuate le tappe fondamentali dell’itinerario plurisecolare che si accingeva a percorrere – dalla crisi tre-quattrocentesca delle impalcature su cui poggiava la vecchia storia universale di ascendenza agostiniano-orosiana (le quattro monarchie e le sei età del mondo), alla Filosofia della storia di F. Schlegel (1829) e alla “visione nuova, cristiana e cattolica del Medioevo” che in essa trovava espressione (La polemica, p. 331) – costituìla necessaria premessa del successo che avrebbe arriso all’impresa del F. (non a caso, quel capitolo di Teoria e storia della storiografia aveva per titolo “La scelta e il periodizzamento”). Così si spiega che, accanto ai più o meno attesi F. Melantone, G. Sleidano, C. Cellario, Voltaire, Condorcet, W. Robertson, E. Gibbon, trovi posto un autore poco noto come il luterano conservatore e antipietista V.E. Löscher, ma non il suo contemporaneo L.A. Muratori. Al quale del resto il F. avrebbe rivolto la sua simpatetica attenzione in anni successivi (cfr. l’accenno “all’umanità e alla bonarietà muratoriana” in Cose di questi e d’altri tempi, p. 547), dedicando un saggio al suo Pensiero civile(1950; ora in Pagine sparse, pp. 131-142), nonché tracciandone un rapido profilo, che si può leggere sia in Pagine sparse (pp. 143-164), sia come Introduzione dell’antologia delle sue Opere, che egli stesso, in collaborazione con F. Forti, ha curato per l’editore Ricciardi (2 Voll., Milano-Napoli 1964). Nella Polemica, lo spazio di gran lunga più vasto è riservato, e si capisce il perché, al Gibbon, anche se il F. concepirà il “suo” medioevo in antitesi su punti dirimenti con quello rappresentato dal grande storico inglese, la cui funzione sarebbe consistita nell’avere “esasperato” le posizioni della storiografia illuministica, mettendone a nudo i “difetti” e rendendo “ineluttabile il rinnovamento” (p. 351).
Se la ricerca sulla maggior parte degli autori trattati ha ovviamente progredito nel frattempo, è anche vero che nessuno più, dopo il F., ha riscritto la Polemica per intero. Quanto al secondo volume previsto e mai portato a termine, ciò che se ne dice nella prolusione torinese ne fa rimpiangere la mancata stesura, ma solo fino a un certo punto. Piuttosto sorprende che, essendosi proposto di andare oltre lo Schlegel, il F. non avesse pensato, invece che alla molto più tarda e un po’ uggiosa querelle sul periodizzamento, a qualcosa di simile a ciò che, dalla sua sponda di filologo romanzo, aveva fatto J. Bédier nel terzo volume delle sue Légendes épiques, dando conto del dibattito sulle origini delle “chansons de geste”, dai tempi di C. Fauriel e dei suoi ispiratori germanici fino alla fine del sec. XIX e agli inizi del nostro. In realtà, la posta in gioco in quel dibattito fra filologi, che verteva sull’esistenza, vera e presunta, di cantilene epico-liriche composte dai contemporanei di Carlo Martello e di Carlomagno, era molto più ampia: era il modo stesso di concepire il rapporto fra l’alto Medioevo “romano-germanico” e il Medioevo “romanico” dei secoli XI e seguenti.
Un libro come la Polemica avrebbe potuto scriverlo anche un modernista, e a maggiore titolo. Ma, scrivendone il primo tomo e, ancora più, concependone il secondo, il F., com’egli stesso confessa, si preparava a rispondere alla domanda: “Quale sarà dunque il nostro medio evo?” (Medioevo e periodo storico, in Albori d’Europa, p. 22), ciò che avrebbe potuto fare solo il medievista che sentiva di essere. Era il progetto della Santa Romana Repubblica, che qui, nella prolusione del ’30, sembrerebbe destinato a essere ancora contenuto nei limiti di una seconda parte del vol. II della Polemica, ma che – come s’è detto – avrebbe invece dato vita a un libro a sé stante, il più fortunato dei suoi libri.
A una cosa almeno era valso, secondo lui, il “rumoroso e risibile armeggio” con cui ci si era sforzati di annullare il Medioevo nel continuum della storia universale, a rendere evidente “l’impossibilità di far andare di pari passo Roma, Bisanzio e Bagdad” (Medioevo e periodo stor., p. 21). E infatti il Medioevo del Profilo sarà rigorosamente europeo-occidentale, un esclusivismo, questo, di tipo geoculturale, che per il momento lo allontanava in modo netto da Gibbon e lo avrebbe, più tardi, reso impermeabile alle suggestioni “mediterranee” o, peggio, “emisferiche” di R. Lopez e di quanti altri, in occasione di una sessione del congresso internazionale di scienze storiche, tenutosi a Roma nel 1955, avevano rimesso in discussione quello che per lui era un assioma (cfr. Oriente ed Occidente nell’alto medioevo, ora in Pagine sparse. pp. 639-657), tanto è vero che nella seconda edizione della Santa Romana Repubblica aveva aggiunto un capitolo su “La lotta dell’Iconoclasmo”, proprio per essersi “reso conto della necessità, per la compiutezza del disegno, di approfondire e segnare in maniera più incisiva il distacco dell’Occidente dall’Oriente e lo spostamento dell’asse della politica papale a metà del secolo VIII” (p. X).
Non solo, però, Roma senza Bisanzio e Bagdad, ma, perentoriamente, Roma al centro di un Medioevo inteso come “la formazione d’Europa su base cristiana e romana”, secondo la variante apportata nella ristampa della prolusione rispetto, come ha fatto notare Zerbi (pp. 31-[32], n. 54), alla ancora più radicale lezione originale che diceva: “medio evo è storia dell’Europa occidentale cattolica, al centro di essa l’Italia, sorgente di vita, essenzialmente Roma”. Si comprende allora che, messosi su questa strada, il F. non potesse limitarsi a escludere, come fa esplicitamente in quella stessa sede, che “il problema si atteggi come giovinezza e trionfo dei popoli germanici” – ciò che era scontato in un momento in cui, oltretutto, il mito dei Germani primitivi stava cessando di essere solo una fisima da professori -, ma dovesse procedere a una rigorosa, spietata potatura di tutto quello che andava, e tuttora va, sotto l’etichetta estrinseca di Medioevo, nel dichiarato intento di “rivivere, vedere composta in organica unità, da un centro ideale, la vita morale e politica dei secoli oscuri” (Medioevo e periodo stor., p. 22). Ci si domanda solo che cosa possa avere indotto il F. a questo sforzo di rilegittimazione del Medioevo come periodo storico, dal momento che proprio l’itinerario da lui tracciato nella Polemica pareva fatto apposta per mettere in forse la perdurante vitalità dello schema di periodizzamento della storia europea occidentale incentrato sul Medioevo medesimo, mostrando come esso si fosse venuto formando, consolidando e perpetuando in circostanze che avevano fatto tutte il loro tempo, compresa la stagione romantica di F. Schlegel. Se, come si legge sempre in Medioevo e periodo stor. (p. 21), è infatti vero che “è impossibile concepire storia, cioè problema nato dalla nostra coscienza, se non come svolgimento conchiuso, come periodo” (era un riecheggiamento di Croce), riesce difficile comprendere come il proposito di comporre i dieci secoli, che la tradizione assegnava al Medioevo, “in organica unità” potesse configurarsi agli occhi del F. come “un problema nato dalla nostra coscienza” e non, invece, soltanto come il criterio informatore del capitolo conclusivo del secondo volume della Polemica, interno alla polemica stessa e concepito ancora in qualche modo nello spirito che l’aveva animata attraverso i secoli. In breve, il F. non ha prima individuato un “problema” per poi ritagliarsi nel corso della storia un “periodo” commisurato all’esigenza di fare luce su di esso, ma si è posto direttamente un “periodo”, il Medioevo, come “problema” (cfr. del resto, quanto dice egli stesso in Cose di questi e d’altri tempi, pp. 540 s.).
Se, nonostante questo, La Santa Romana Repubblica può dirsi un libro pienamente riuscito – e Croce, in una lettera privata al F., di cui il destinatario ha avuto la discrezione di divulgare solo qualche riga (l’avrebbe pubblicata per esteso Zerbi: cfr. pp. 26-[27], n. 45), ha potuto dire di vedere realizzato in essa “il suo ideale di libro di storia: ridurre la notizia dei fatti a un racconto di un dramma dell’anima”, con il risultato di rendere “coerente e intelligibile” la storia del Medioevo -, ciò si deve non solo alla coerenza con cui l’autore ha tenuto fede al suo assunto, sacrificando senza esitazioni aspetti del Medioevo, di per sé rilevantissimi, ma inidonei a disporsi lungo il tracciato che aveva fisso in mente, e privilegiandone di converso altri, di minore rilievo estrinseco, ma meglio adatti a evidenziare un segmento di esso; bensì anche, e forse soprattutto, alla capacità di fare rivivere i singoli aspetti, o momenti, prescelti, incarnandoli per lo più in figure particolarmente rappresentative. Come osserva Zerbi (p. 28), undici dei quattordici capitoli, in cui, a parte l’introduttivo e il conclusivo, si articola La Santa Romana Repubblica, sono biografie, e in due casi abbiamo una coppia di biografati. A in questo suo libro che il F. si pone come maestro ineguagliabile di “stile storico” e risulta comprensibile il suo fastidio per la tendenza, ch’egli denuncerà in uno scritto polemico del 1952 (Problematica e storia romanzata, ora in Pagine sparse, pp. 566-569), a sostituire “concetti” e “astrazioni” agli “uomini vivi”, fermo restando che la sua Santa Romana Repubblica è, e voleva essere, un libro concettosissimo. E come tale è stato letto, amato, discusso (anche se poco recensito) in particolare dalla generazione che si è affacciata agli studi di storia medievale negli anni immediatamente susseguenti alla fine della seconda guerra mondiale. Poi è stato messo da parte.
Se l’Impero di Carlomagno è “La fondazione d’Europa” (cap. VIII), “prima cosciente manifestazione dell’Occidente cristiano e romano” (p. 210), il compito di “tentare nel nome di Roma la suprema sintesi dell’Occidente cristiano” (p. 260), cioè di instaurare la Santa Romana Repubblica, fu dato in sorte a Ottone III (cap. X) nei suoi ventidue anni di vita. Il fallimento del suo tentativo e la sua morte (e siamo appena nel 1002) aprono la strada alla “più terribile e feconda rivoluzione del medio evo” (p. 261), tale che, fomentata da “La riscossa antifeudale della Chiesa. Gregorio VII” (cap. XI), nonostante “L’estremo sforzo dell’Impero medievale. Enrico VI” (cap. XIII) e “L’estremo sforzo del Papato medievale” (cap. XIV), metterà capo fatalmente a “La crisi del mondo medievale. Il concilio di Costanza” (cap. XV). In sostanza, come il F. scriverà nel 1944 ([Attualità del Medioevo], in In margine alla vita e alla storia, p. 78), “l’Europa medievale di Chiesa e Impero era stata assai più una consapevolezza civile e religiosa che un solido organismo politico, una norma di legge positiva”.
Questa transitoria “consapevolezza”, raggiunta attraverso i travagli dei secoli uraganici che precedono Carlomagno (capp. II-VII), e andata perduta, per scosse successive, lungo quelli che seguono Ottone III, è il valore realizzato dal Medioevo, che, a prezzo della drastica potatura di cui si diceva e di cui ora possiamo misurare gli effetti, viene così composto dal F., come si proponeva di fare, “in organica unità” e riscattato, sulle orme di Schlegel, dalla condanna indiscriminata di cui era stato oggetto lungo i primi tre secoli dell’età moderna. Ma la valutazione in positivo di questo Medioevo, idealmente romano e cattolico, più che istituzionalmente imperiale e papale, non si accompagna in nessun modo alla rivendicazione di una sua pretesa “attualità”, salvo che in un passo, per più versi inaspettato, dello scritto del ’44: “a chi si guardi oggi intorno, pare per molti segni imminente il giorno in cui la Chiesa, ormai sgombera da ogni peso temporale, ravvivata e ringiovanita dalle persecuzioni, levata in alto agli occhi del mondo quale unica autentica potenza spirituale nella crisi di ogni valore umano e civile, s’appresti a ricomporre, sulla via maestra della sua dottrina, una nuova sintesi chiarificatrice” ([Attualità del medioevo], p. 99). Queste parole, e lo scritto in cui sono comprese, risentono del clima particolarissimo rievocato da F. Chabod nella pagina della sua Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896 (Bari 1962, pp. 259 s.) in cui accenna al “giorno di giugno”, appunto del ’44, quando, “al finir di uno dei periodi più tristi e tormentosi della sua storia millenaria, la popolazione romana si sarebbe raccolta nella piazza di S. Pietro per osannare al Pontefice benedicente come al nuovo defensor urbis, … come quando, ai tempi remotissimi dello sfasciarsi di Roma imperiale, fra le ondate dei barbari, martyrum loca et basilicae apostolorum … in illa vastatione Urbis ad se confugientes suos alienosque receperunt”. Se il F. si attenta a rivendicare in quello scritto l’”attualità in un senso, diciamo così, positivo” del suo Medioevo romano e cattolico, lo fa solo dopo essersi risolto a prendere paradossalmente atto con raccapriccio dell’attualità del Medioevo “in un senso, per così dire, passivo, negativo” – il Medioevo, cioè, a tinte fosche che aveva trovato rappresentato da umanisti, riformatori e illuministi -, “in quanto … praticamente e forse idealmente è andato smarrito, se non perduto, gran parte del patrimonio civile conquistato con tanto travaglio e con tanti patimenti dall’ultimo medio evo ai primi anni del secolo XX”, un patrimonio, di cui il F. apprezza pienamente il valore, riconoscendo altresì che la Chiesa ha “più ostacolato che favorito questi progressi”. Ma la sopravvenuta, prima inimmaginabile perdita di esso rendeva ora auspicabile, se non un “ritorno al medio evo”, né possibile, né “in alcun modo desiderabile” in quanto tale, una restaurazione, su basi del tutto nuove, della fede religiosa che di quell’età era stata la nota dominante, prima che la Chiesa, “con la sua stessa incapacità di riforma, con la sua incomprensione delle esigenze degli uomini e dei tempi abbia dato motivo alla crisi del cattolicismo e alla riforma”, mettendosi al servizio dei potenti e della propria grandezza terrena “anziché dire ai popoli ed ai principi la parola di verità e di giustizia che era loro dovuta” ([Attualità del medioevo], pp. 82 e 95-99).
Fin troppo ovvie le conseguenze che la presa d’atto della perdita, che in un primo momento gli parve irrimediabile, di quel patrimonio non poteva mancare di avere sul suo già dubbioso storicismo. Erano dubbi e perplessità che lo avrebbero accompagnato fino alla fine senza trovare soluzione, mentre il pessimismo sulle sorti della civiltà moderna si sarebbe andato attenuando col tempo e la fede nella funzione che la Chiesa sarebbe stata chiamata a svolgere, per la seconda volta, nella storia d’Europa dando vita sotto questo aspetto a un nuovo Medioevo, si sarebbe rivelata illusione di un momento, sì che non ne troviamo più traccia già in un articolo apparso su La Nuova Europa (anche la sede è significativa) del 24 dic. 1944 (ora in Pagine sparse, pp. 533-536), dal quale Zerbi ha ricavato il titolo Attualità del medio-evo, che, come s’è visto, ha attribuito, fra parentesi quadre, a uno dei due scritti inediti degli anni di guerra, ritrovati fra le sue carte. In quest’articolo, che per il resto ripropone la tesi della doppia attualità del Medioevo, la fondazione medievale d’Europa è ricondotta al contesto che l’aveva resa possibile e, quindi, allontanata nel tempo, eppure ancora additata come un punto di riferimento prezioso nella difficile ora presente. Il F. vorrà intitolata Albori d’Europa la raccolta di suoi scritti, dal 1929 in avanti, apparsa a Roma nel 1947.
Dalla prolusione del ’30 (Medio Evo e periodo storico, p. 27) alle pagine autobiografiche del ’53 (Cose di questi e d’altri tempi, p. 563) i valori prodotti dalla civiltà europea postmedievale e costitutivi del mondo moderno sono riaffermati con forza e, nel secondo dei due scritti, addirittura difesi esplicitamente contro quello che viene definito l’”assalto da parte cattolica” contro “i momenti critici della comune storia di stampo liberale e dello stesso storicismo crociano”, senza peraltro che “pel momento appaia un nuovo compiuto disegno storiografico” (a questo proposito, si veda soprattutto, sempre in Pagine sparse, pp. 663-670, lo scritto Alle origini dello Stato moderno, con la discussione e il rigetto della tesi avanzata al riguardo da S. Mochi Onory). Di modo che Zerbi, proprio nell’atto di pubblicare l’inedito del ’44, potrà concludere che il F. “non si sente certo in consonanza, anzi profondamente estraneo alle idee dei ‘cattolici’, ed è chiaramente nell’altro gruppo” (pp. 41 s.). L’accenno però del F. (in Medioevo e periodo stor., p. 27) alla fioritura delle “letterature nazionali”, che avrebbe anch’essa contribuito a segnare il destino della Santa Romana Repubblica, consente di allargare il discorso da un orizzonte che, posto il discorso nei termini in cui lo pone Zerbi, è tipicamente italiano, al più vasto orizzonte europeo contemporaneo, evidenziando la distanza che separa il F. anche dall’E. R. Curtius di Letteratura europea e Medioevo latino (1948), dove, proprio in nome delle tesi continuiste che il F. si era proposto di confutare nel vol. II della Polemica, l’”inizio del mondo moderno” è collocato “intorno al 675” e Carlomagno presentato come la “prima importante figura” del medesimo, rinnegato con ciò stesso nei suoi asseriti valori essenziali (traduz. ital., Firenze 1992, p. 28).Una volta così ripercorsa La Santa Romana Repubblica alla luce dell’alta ambizione storiografica che l’ha ispirata, si può ora tornare a leggerla, prescindendo dal dibattito in cui era venuta a iscriversi (Medioevo e mondo moderno, con in mezzo, come cesura, il Rinascimento), che, esso sì, ha fatto veramente il suo tempo. E allora, per fare solo due esempi, il cap. V (“Il monachesimo occidentale. San Benedetto”), costretto nella camicia di forza del confronto d’obbligo fra il secondo libro dei Dialogi di Gregorio Magno e il testo della Regola, proprio nel momento in cui oltretutto veniva contestata l’originalità di questa (che il F. dà per scontata ancora nella nota bibliografica della seconda edizione), fa rimpiangere i suoi splendidi saggi di storia cassinese (Due secoli di storia cassinese ed Erchemperto, ora in Albori d’Europa, pp. 173-263 e 264-292, e Voci cassinesi nell’Alto Medioevo, ora in Pagine sparse, pp. 59-75). Mentre il cap. X (“Il particolarismo medievale. Alberico II), riletto alla luce, anche in questo caso, degli altri suoi contributi sulla storia di Roma nell’alto Medioevo, e specialmente delle due lezioni tenute a Spoleto nel ’54, in occasione della settimana su I problemi comuni dell’Europa postcarolingia (ora anche in Pagine sparse, pp. 36-58), risulta costituire il precoce, fertile lancio di temi (“particolarismo” e “potenziamento locale”) che avrebbero consentito un nuovo approccio alla storia del secolo X romano e italiano.
L’accenno al F. storico di Roma alto-medievale offre, infine, lo spunto per chiamare in causa quella che è stata indubbiamente una delle sue principali sorgenti d’ispirazione: F. Gregorovius. Nel saggio su Storia e storici di Roma medievale (1937; ora in Albori d’Europa, pp. 357-364), lo storico tardo-romantico di Roma medievale riceve un trattamento di assoluto favore rispetto agli altri storici che si erano misurati con quel delicatissimo tema. Ma: a Gregorovius il F. contesta la tendenza ad assorbire la storia della città nella storia universale e, proprio in reazione a questa tendenza, elabora la sua personale visione di una Roma medievale “perpetuamente travagliata dalla lotta tra il suo compito universale e le sue esigenze locali”. Ciò non toglie che da Gregorovius sia venuta al F. l’idea, a dir poco esagerata, del posto che va riconosciuto a Roma stessa, nell’economia dell’intero Medioevo: durante quei mille anni, tutto quanto di buono, di saggio, di bello, di utile era stato prodotto e pensato in Europa era promanato, in un modo o nell’altro, dalla città eterna. Così Gregorovius (Storia della città di Roma nel medioevo, I, Torino 1973, pp. 14 s.). E il F.: “a Roma si volgono gli animi in ogni ora grave e solenne, nella speranza della renovatio. Ogni alta manifestazione di vita: legge, arte, fede, speculazione dottrinale, magistero è informata da Roma” (Medio Evo e periodo storico, pp. 25 ss.). Non a caso, il suo Medioevo culminava nella figura di Ottone III.

Per un elenco completo degli scritti del F., ivi compresi gli scritti dì storia moderna e le voci per l’Enciclopedia Italiana, v. la Bibliografia degli scritti…, a cura di A. Sisto e F. Torcellan.
Bibl.: C. Ghisalberti, G. F., in Rassegna storica del Risorgimento, LIII (1966), pp. 606 ss.; P.F. Palumbo, G.F. (1888-1966), in Id., Storici, maestri ed amici, Roma 1985, pp. 231-246, 247-256 (bibl.); P. Zerbi, G. F. medioevalista, in G. Falco, In margine alla vita e alla storia, Milano 1967, pp. 1-47; G. Pistarino, Ricordo ligure di G. F., in Atti della Soc. ligure di storia patria, n.s., VII (1967), pp. 15-30; G. Vinay, Pretesti della memoria per un maestro, Milano-Napoli 1967 (ristampa anast., Spoleto 1993, con Premessa di G. Miccoli); A. Garosci, Una cosa non ancora del tutto chiara…, in Riv. stor. ital., LXXIX (1967), pp. 7-27; R. Manselli, F. storico di Roma medievale, ibid., pp. 28-40; Bibliografia degli scritti di G. F., a cura di A. Sisto – F. Torcellan, ibid., pp. 41-66; D. Cantimori, Conversando di storia, Bari 1967, pp. 98-111 e passim; A. Abruzzese, Problemi di metodologia storiografica nelle indagini di uno storico illustre, in Giustizia e società, 1967, n. 4, pp. 22 dell’estratto; G. Pistarino, G. F. tra documenti e storia, in Nuova Riv. stor., LII (1968), pp. 1-22; E. Sestan, Ricordo di G. F., in Ordinamenti militari in Occidente nell’Alto Medioevo, I, Spoleto 1968, pp. 49-62; Id., G.F., Roma 1970; G. Severino, G. F.: un medievista nella crisi dell’idealismo storiografico, in La Cultura, XII (1974), pp. 167-220; F. Tessitore, Introduzione a G. Falco. La polemica sul Medioevo, Napoli 1977, pp. 5-24; A. Pratesi, La Società romana di storia patria, scuola di critica diplomatica, in Arch. della Soc. romana di storia patria, C (1977), pp. 193-204; P. Brezzi, Presentazione degli “Studi sulla storia del Lazio nel Medioevo” di G.F., ibid., CXI (1988), pp. 447-461; E. Artifoni, G. F., in L’università di Torino. Profilo storico e istituzionale, a cura di F. Traniello, Torino 1993, pp. 362 ss.; O. Capitani, Croce e il Medioevo, in La Cultura, XXXI (1993), pp. 263-282.

di Girolamo Arnaldi – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 44 (1994)

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