Carlo Battisti – Biografia

Carlo Battisti (1882-1977)

Carlo Battisti

1882-1977

BATTISTI, Carlo. – Nacque a Trento il Io ott. 1882 in una famiglia originaria della Vai di Non, da Giuseppe, preside di scuola media, e da Teresa Bentivoglio, insegnante elementare. Frequentò il liceo classico della sua città con insegnanti specialisti di studi storici locali, tra i quali A. Cetto, don Luigi Rosati e soprattutto Desiderio Reich che, tra i primi, aveva studiato con competenza la storia della penetrazione tedesca, col successivo riassorbimento, in varie piaghe del Trentino e del Veneto. Compì gli studi universitari a Vienna ove si recò nel 1900, ed ebbe come maestri i più grandi luminari dell’epoca per quanto concerne la fliologia e la linguistica. Nel primo biennio della facoltà di lettere seguì Paul Kretschmer per l’indeuropeo e la germanistica, Richard Heinzl per la dialettologia tedesca antica, Jacob Minor per la filologia e la letteratura moderna tedesca. Nel secondo biennio si dedicò alla romanistica ed ascoltò le ultime lezioni – quale privatista – di Adolf Mussafia; fu allievo di Karl von Ettmayer per la dialettologia alpina e soprattutto divenne presto un apprezzato discepolo del grande Wilhelm Meyer-Lübke. Con quest’ultimo discusse la sua tesi di dottorato sul volgarizzamento della Catinia di Sicco Polenton (di Levico, ma studente a Padova) ch’egli attribuì, forse impropriamente, all’antico trentino (i tratti pavani sono in realtà prevalenti, come ha mostrato recentemente G. Padoan), edito nella rivista Archivio trentino, XIX (1904), pp. 153-231; XX (1905), pp. 17-51 e 147-192; XXI (1906), pp. 1347. Nel frattempo il B. frequentava i maggiori centri di studi filologici, classici e romanzi, e soprattutto il cenacolo di Elisa Richter che riuniva le giovani speranze di tante discipline umanistiche, letterarie e scientifiche. Dalla citata illustrazione filologica passò subito allo studio fonetico di un fenomeno fondamentale del ladino atesino, lo sviluppo della a tonica, monografia edita nell’Archivio per l’Alto Adige, appena fondato dall’irredentista E. Tolomei, nel 1906; in essa egli dette prova di straordinarie capacità di informazione e di interpretazione corretta di uno dei pochissimi tratti che caratterizzano realmente il ladino delle valli del Sella di fronte ai dialetti cadorini e ladino-veneti delle anfizone ascoliane. Con la pubblicazione del ricco contributo sulla fonetica dei dialetto nònese (Die Nonsberger Mundart. Lautlehre, nei Sitzungsberichte der Oesterreich. Akad. der Wissensch. del 1908) ottenne la venia legendi giovanissimo ed entrò nei ruoli statali austriaci quale bibliotecario. Tra le sue ricerche più importanti d’epoca anteriore alla prima guerra mondiale vanno menzionate Le dentali intervocaliche nei dialetti italiani, Halle 1912, un volume che stupisce ancor oggi per la ricchezza dei materiali investigati e la Raccolta di testi dialettali italiani pubblicati in trascrizione fonetica (il primo volume uscì ad Halle nel 1914; mentre il secondo apparve a fine guerra nel 1921). Come ha sottolineato anche C. Salvioni (in Ladinia e Italia del 1917), il B. fu il primo studioso a collegare i testi ladini grigionesi al lombardo (alpino), quelli ladini centrali al trentino e al veneto e così pure il friulano, spezzando in tal guisa l’”unità retoromanza”, una teoria quest’ultima che si era affermata nei circoli scientifici. Già nel 1910 in un articolo intitolato Lingue e dialetti del Trentino (edito in Pro cultura, I, pp. 178-205), egli attaccò, con argomenti validi, anche se ancora limitati, il principio sunnominato dell’unità ladina, una ipotesi ascoliana che si rivela sempre più traballante e infondata nella bibliografia specializzata.
Poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale era stato nominato professore straordinario di lingua e letteratura italiana, ma egli non poté occupare la cattedra per la chiamata alle armi. Partecipò per pochi mesi alla guerra, inviato sul fronte orientale e ferito nel settembre del 1914 nella battaglia di Uchnov; fu fatto prigioniero dai Russi e destinato dapprima al Turchestan, donde si spinse sino all’altipiano del Pamir, e successivamente fu trasportato in Siberia, ove ebbe anche la gradita avventura di insegnare, pur prigioniero, all’università di Tomak. Ivi lo colse la Rivoluzione d’ottobre e dopo varie peregrinazioni rientrò, a fine guerra, in Italia; e fu assegnato alla biblioteca di Gorizia. In breve tempo riuscì a rimettere in piedi, tra le macerie della città, la settecentesca Landesbibliothek (che divenne la Biblioteca nazionale) e a restaurare la massima parte dei prezioso patrimonio librario con l’aiuto di suoi ex allievi goriziani all’università di Vienna.
Nel quadriennio di permanenza a Gorizia il B. riprese gli studi ed unitamente a varie ricerche storico-archivistiche e di biblioteconomia, diede inizio ad una serie di contributi sul ladino e sul friulano che egli continuò a sviluppare per tutta la sua lunga e densa vita di studioso. Durante il periodo goriziano pubblicò, tra l’altro, gli Studi di storia linguistica e nazionale del Trentino (Firenze 1922), ove larga parte è dedicata alla storia e agli insediamenti bavaresi medievali nel Trentino ed in aree venete marginali. Nel 1925 fu proclamato vincitore in un concorso per la cattedra di linguistica romanza e chiamato – specie per l’interessamento di G. Pasquali e di O. Marinelli – all’università di Firenze ove rimase sino alla morte, sviluppando varie iniziative scientifiche e culturali. Fu ben presto nominato anche direttore della Scuola per bibliotecari e archivisti (egli era esperto tanto nella paleografia latina, quanto in quella tedesca) e divenne uno dei dirigenti più attivi dell’Istituto internazionale di studi etruschi, appena fondato da A. Minto. Ebbe pure un ruolo delicato nel ridimensionare e combattere i vari tentativi di ermeneutica etrusca, assai poco scientifici, i quali ebbero nella Lingua etrusca del Trombetti un esempio di certo non paradigmatico che incentivò il fiorire di pubblicazioni quale quella infelice del Pironti e che occasionò tra l’altro la compilazione di un volumetto del B., Polemica etrusca (ibid. 1934). In quell’epoca egli aveva ripreso i rapporti di collaborazione (interrotti per vari anni) con E. Tolomei e con l’Archivio per l’Alto Adige, ove cominciò a pubblicare una serie di studi sulla penetrazione tedesca medievale nella regione (dal 1925-26 non vi è quasi numero della rivista che non contenga uno o più contributi del B.); egli ne fu nominato condirettore e nel secondo dopoguerra direttore.
Le sue ricerche si concentrano e si affinano sempre più con esplorazioni cipiliari tanto dei nomi locali dell’Alto Adige, quanto della storia linguistica regionale. Egli studiò congiuntamente – come del resto i linguisti austriaci dei secolo passato – tanto la regione trentina, quanto quella altoatesina che, dalla remota antichità preromana, alla romanizzazione, alla formazione degli idiomi romanzi, fino alla germanizzazione, hanno avuto una storia – anche linguistica – parallela. Ma larga parte della sua attività, in ogni tempo, fu riservata al ladino o retoromanzo, ai rapporti reciproci tra le tre aree tradizionali, rapporti che egli giustamente ridimensiona.
I legami, un tempo assai stretti, esistono, ma con le aree italiane sottostanti. Essi sono particolarmente evidenti nella sezione del ladino centrale che non conosce alcun confine preciso a sud. Nell’insegnamento dei B. il medesimo concetto di “ladino” – che per l’Ascoli era essenzialmente o meglio unicamente linguistico – si trasforma e diviene principalmente storico, non senza chiari corollari politici. I Ladini, ora definiti “del Sella”, stanziatisi verso il 1000 nelle valli di Gardena, Badia e Marebbe, Fassa e Livinallongo (ne viene escluso l’Ampezzano che non risulta essere un’area di colonizzazione altoatesina), rappresentano l’ultimo residuo della latinità atesina, cioè di quella latinità particolare che era venuta formandosi con la conquista romana dopo la vittoria di Druso e Tiberio sui Reti nel 15 a.C. e la diffusione del latino nelle più ampie plaghe della regione lungo l’Adige e l’Isarco e in parte anche in Pusteria. Tale latinità nel corso dei secoli, in epoche diverse, è stata via via soppiantata dalla lingua dei nuovi conquistatori calati dal Brennero a partire dal VI-VII secolo, ma attraverso un processo sicuramente lento ed in un primo tempo solo politico e cancelleresco; nella tedeschizzazione non devono di certo esser mancati lunghi periodi di bilinguismo. Non si comprende peraltro come il B. tenda troppo spesso a configurarsi come un deciso antiascoliano dato che il fondatore della dialettologia scientifica romanza non ha sostanzialmente affrontato nei Saggi ladini(pubblicati nel primo volume dell’Archivio glottologico nel 1873), problemi di ordine squisitamente storico. D’altra parte le conclusioni dell’Ascoli nella sua famosa opera risultano chiaramente affrettate e dalle sue illustrazioni gran parte dei Veneto e della Cisalpina si configurano come “ladini” o già “ladini”, secondo i parametri tradizionali da lui fissati (naturalmente in una prospettiva rovesciata, dato che i tratti “ladini” sono in realtà tipici del veneto e del cisalpino arcaico). Tra gli argomenti addotti dal B. contro la scarsa possibilità di comunicazione tra le tre aree in fase protoromanza – e pertanto di innovazioni caratterizzanti- egli adduce, tra gli altri, il consistente insediamento baiuvaro assai antico (del VI secolo) sull’Inn alpino centrale, ove nomi locali quali Valdidena > Wilten o Teriolis > Zirl testimoniano la presenza di Germani in epoca anteriore allo sviluppo della seconda Lautverschiebung (tedesca) cui partecipano. Tale stanziamento precludeva negli anni del più alto Medioevo i contatti col Salisburghese (in quell’epoca ancora [neo] latino) e con le popolazioni latinizzate del bacino dell’Isarco donde proviene, soprattutto, la colonizzazione delle valli del Sella (secoli X-XI). Ma anche l’esito della battaglia sul Lechfeld assicurò definitivamente le Alpi orientali alla civiltà baiuvara e l’area germanizzata veniva ad impedire qualsiasi contatto di genti pur latine col nostro Friuli. Sono argomenti storici – aggiunti a tanti altri – che vengono a giustificare le notevoli diversità (soprattutto nel lessico che non era stato sufficientemente esplorato) tra i dialetti friulani, emanazione della latinità aquileiese, e ladino grigionese ed atesino (con altri centri di innovazioni linguistiche).
Il B. ha esposto il risultato delle sue ricerche in una amplissima serie di contributi, ma forse non gli hanno giovato, per la diffusione e comprensione delle sue sicure deduzioni, la lingua troppo tecnica e lo stile, la documentazione assai varia, tratta anche dalla storia, dall’archeologia, dall’archivistica. I suoi volumi fondamentali sono compresi soltanto da chi vi si accosta con una buona preparazione specialistica, mentre sono illeggibili per il comune lettore, anche non estraneo alla disciplina. Tali sono l’esauriente ed originale volume Popoli e lingue dell’Alto Adige (Firenze 1931), La storia della”questione ladina” (ibid. 1937) e, forse più accessibile, la Storia linguistica e nazionale delle valli dolomitiche atesine (ibid. 1941), oltre ad articoli di minore mole, quali ad esempio le Osservazioni sui dialetti ladini dell’Alto Adige, con ricchi sussidi cartografici (L’Universo, XXV [1946], pp. 167-180). Ma il B. si è occupato con grande competenza anche delle oasi linguistiche tedesche trentine e venete, ed ha iniziato la collaborazione alla rivista di C. Merlo L’Italia dialettale, I (1924), con gli Appunti di fonetica mòchena (Alto Fersina sopra Pergine, Trento), pp. 27-90, per continuare poi con l’edizione e commento al dizionario cimbro (di Giazza, Verona) dovuto a G. Cappelletti (a partire dal 1932, opera non ultimata).
Il centro fondamentale degli interessi del B. è stato sempre l’esplorazione dei nomi locali ai quali ha dedicato parecchi volumi, inaugurando un metodo di ricerca capillare e ben sorretto dalle forme d’archivio. Si tratta dunque di esplorazioni di microtoponomastica pubblicate dapprima nell’Archivio per l’Alto Adige (Tubre, Stelvio, Burgusio, Oltradige Bolzenino, Salorno), continuate con la fondazione e la redazione del Dizionario toponomasticoatesino, pubblicato a Firenze a partire dal 1936 con due grossi tomi dedicati alla Venosta e proseguito con la collaborazione dei suoi allievi. Pochi anni prima della sua morte egli aveva esplorato in sette volumi la toponomastica del burgraviato di Merano. Nel secondo dopoguerra il B. vi aggiunse l’Atlante toponomastico della Venezia Tridentina (Firenze1951 e ss.) con carte sintetiche che dimostrano la presenza di vari strati: prelatino, latino e tedesco; esse sono sempre accompagnate da fascicoli o volumi illustrativi. Anche di codesta opera – che egli poté concludere – la massima parte è dovuta alla sua operosità.
Ma oltre agli studi di ladino e della romanità altoatesina, non vanno ignorati tanti altri campi da lui coltivati con la pubblicazione di varie opere originali. Trascurando alcuni brevi saggi giovanili di argomento letterario e filologico e l’intensa attività di recensore nel settore etruscologico, è necessario menzionare per lo meno i suoi lavori nel settore della “linguistica mediterranea” conclusisi con il volume miscellaneo Sostrati e parastrati nell’Italia preistorica (Firenze 1959). In codeste ricerche ebbe come stretto collaboratore soprattutto il suo allievo G. Alessio. Tra i vari contributi dialettologici che non si riferiscono all’area alpina, spiccano alcuni scritti contro la teoria magnogreca sostenuta da G. Rohlfs. Il B. combatte tale tesi e spesso con argomenti nuovi rispetto al Morosi ed altri; invoca pertanto appoggi storici, toponomastici e dialettologici. Si vedano soprattutto gli Appunti sulla storia e ladiffusione dell’ellenismo nell’Italia meridionale, in Revue de linguistique romane, III (1927), pp. 1-91, ai quali hanno fatto seguito altri lavori; allineati sulla posizione del B. furono poi i numerosissimi studi di G. Alessio e di O. Parlangeli. Ma spesso le sue considerazioni sono assai equilibrate per cui egli non esclude “un sostrato linguistico prebizantino, né un’infiltrazione lessicale bizantina, ma ritengo indimostrabile e soggettiva l’asserzione che tra il primo e la seconda non sia avvenuto l’assorbimento latino”.
Altro ramo di studi glottologici coltivato dal B.è il latino volgare al quale egli ha rivolto le sue cure soprattutto mediante la pubblicazione del notevole Avviamento allo studio del latinovolgare(Bari 1949) che spicca soprattutto per l’eccellente informazione e per l’originale introduzione metodologica a proposito dei lessico. Tale opera non è di certo inferiore al meritorio manuale di C. H. Grandgent o a quello recente del finnico V. Väänänen. Stupisce tuttora il volume dedicato alla Fonetica generale (Milano1938), un’opera certamente non rivolta ai principianti, ove egli ha saputo riunire una enorme quantità di dati nuovi per quel tempo ed ha già cominciato a valorizzare le prime scoperte del padre A. Gemelli fondate sulla fonetica sperimentale, con l’applicazione della elettrotecnica. È ben noto che l’analisi elettroacustica del linguaggio discopriva nuovi orizzonti alla disciplina mediante lo studio dei foni e suoni sempre più perfezionato, con rapido rinnovamento degli apparecchi, tanto che una nuova edizione del volume del 1938 – tentata negli ultimi anni dal B. – sarebbe riuscita praticamente monca a causa degli enormi progressi tecnologici e della fisica acustica.
Non va passata sotto silenzio la realizzazione, unitamente all’Alessio, del primo vero dizionario etimologico italiano di ampia mole e finalmente sostenuto dalle datazioni orientative nella apparizione dei vari lessemi.
Anche in codesta opera sorprende veramente la rapidità con cui i due autori hanno saputo, nell’arco di meno di dieci anni, dare alla luce i cinque fittissimi tomi che compongono il Dizionario etimologico italiano (Firenze 1950-57). È ovvio che in tale opera pionieristica non manchino alcune sviste o errori; si potrebbero anche criticare alcune spiegazioni, specie remote, che forse tendono ad avvalersi di confronti troppo incerti nel settore preindeuropeo mediterraneo. Ma, d’altro canto, i pregi sono assai numerosi e non nuoce di certo all’impresa la ricchezza del lessico esplorato, anche nel settore delle voci dotte, scientifiche (spesso antiquate) e del vocabolario dialettale, tanto con alcuni lemmi autonomi, quanto con i frequenti riscontri che permettono di trovare nel Dizionario quanto più spesso nemmeno si immagina. Si tratta di un repertorio con molte novità interpretative originali (anche se a volte esse costituiscono solo proposte di studio), insostituibile per la sua ampiezza e che in ogni caso è servito di base per tutte le opere analoghe che sono seguite in Italia nei decenni successivi.All’inizio degli anni Cinquanta capitò al B. una singolare avventura cinematografica, quando – conosciuto casualmente dal regista De Sica, all’ingresso del ministero della Pubblica Istruzione ove si era recato per una libera docenza – fu prescelto quale protagonista del film Umberto D. (1951), su un soggetto di C. Zavattini: la sua interpretazione della patetica figura di un pensionato statale, molto misurata ed umana, fu lodata dalla critica. Il B. trasse da questa esperienza l’interesse per studiare negli anni seguenti alcuni aspetti del linguaggio cinematografico (La lingua e il cinema: impressioni, in Lingua nostra, XIII [1952], pp. 29-34, e Come divenni Umberto D. Saggi, Roma 1955). Egli stesso negli anni successivi divenne soggettista e regista di un documentario scientifico di argomento foicloristico ladino: Le nozze fassane, che fece proiettare anche in occasione del VII congresso internazionale di scienze onomastiche tenutosi a Firenze nel 1961 da lui organizzato.
Durante la sua lunga vita il B. ebbe numerosi riconoscimenti scientifici. Dopo essere stato messo fuori ruolo per raggiunti limiti d’età e pensionato, invitato dalla neoistituita università di Lecce, seppe costituire e avviare un buon istituto di glottologia, tenendovi anche – per alcuni anni – l’insegnamento di questa materia.
Dotato di una eccezionale salute, poté continuare la sua attività di studioso presso il suo vecchio istituto fiorentino di piazza S. Marco e la sua produzione scientifica fino alla morte che lo colse improvvisa il 6 marzo 1977 ad Empoli, ove si era recato in visita a suoi parenti. Aveva sposato alla vigilia della prima guerra mondiale Frida Frenner, un’allieva triestina del Meyer-Lübke da cui ebbe un unico figlio, morto poco prima della fine della guerra mentre egli era ancora in prigionia.
Dell’opera scientifica del B. molto resta di valido e di stimolante, soprattutto la sua corretta interpretazione dei dialetti ladini, destinata a trovare in futuro un’adeguata valorizzazione nei manuali generali di linguistica romanza.

Fonti e Bibl.: C. Tagliavini, C. B., in Riv. di letteratura dialettale, III (1931), pp. 105-115; G. B. Pellegrini, Profilo di C. B., in Onoma, XI (1964-65), pp. 232-236; C. Battisti, Autobibliografia, con presentaz. di G. B. Pellegrini, Firenze 1970; C. A. Mastrelli, C. B., in Settimane di studio del Centro italiano di studi sull’alto medioevo, XXV, Spoleto 1978, pp. 53-63; Id., In memoria di C. B., in Arch. per l’Alto Adige, LXXII (1978), pp. V-VII (il volume è interamente dedicato alla memoria del B. e completa la bibliografia dei suoi scritti); Provincia autonoma di Trento, Assessorato alle attività culturali, Atti del convegno commemorativo di C. B., Trento-Fondo, 17-18 giugno 1978, Trento 1978 (contiene: G. Mastrelli Anzilotti, Commemorazione di C. B., pp. IX-XIII; G. B. Pellegrini, C. B. e il ladino centrale, pp. 1-8; G. Francescato, C. B. e la dialettologia friulana, pp. 9-16; C. A. Mastrelli, C. B. germanista, pp. 17-28; M. G. Tibiletti Bruno, C. B. lostudioso del sostrato, pp. 28-35; G. Giacomelli, C. B. ildialettologo, pp. 37-44); G. B. Pellegrini, Ricordo di C. B. (1882-1977), in Atti dell’Accad. degli Agiati di Rovereto, classe di scienze umane, di lettere ed arti, s. 6, XIX (1979), pp. 5-16.

di Giovanni Battista Pellegrini – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 34 (1988)

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